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Medea, Pier Paolo Pasolini

La Medea (1969) di Pasolini è una Medea pensosa, un personaggio innocente nella sua barbarie, umana nel suo essere maga, debole nel suo essere creatura sovrannaturale in un mondo stretto nel calcolo razionale. La rilettura dello scrittore e cinematografo italiano della vicenda di Medea, riprendendo l'omonima tragedia di Euripide più che la versione di Apollonio Rodio, è fortemente centrata sul contrasto tra dei mondi inconciliabili. D'un lato Medea e il mondo barbaro della Colchide, legato ai riti e ai cicli naturali, ancora immerso nella magia e in una religione ad un tempo primigenia e violenta, in cui il sangue è simbolo di vita e in cui la storia umana non è altro che uno dei tasselli di una storia ciclica e disumana. Dall'altro lato il mondo razionale di Giasone, uomo imbelle e calcolatore, che insieme alla sua compagnia scalcagnata di Argonauti giunge sino a Medea e senza merito alcuno la fa propria insieme all'agognato Vello D'oro. Eroi che non hanno nulla di eroico sin dall'aspetto, così umano, e che nel loro peregrinare non si fanno problemi a depredare templi o a dileggiare il dio di Medea.
Da quest'incontro non potrà che nascere la tragedia, tragedia che si sviluppa sino a scoppiare a Corinto quando, di fronte alla necessita per calcolo politico di nuove nozze per Giasone, la maga Medea ritorna se stessa, ritorna la barbara temibile che l'amore aveva annullato, sino a tessere il suo piano diabolico, prima solo immaginato, poi reso atto concreto. Costringere la futura sposa e suo padre alla morte per il senso di colpa, e poi uccidere se stessa e i figli del letto di Giasone: così come il Greco con la sua ragione l'aveva privata della patria, della famiglia e infine dell'amore, lei avrebbe privato l'odiato e amato uomo di tutto ciò che per lui potesse essere importante.
L'antico conosceva bene questa trama, dato che il mito di Medea era uno dei più antichi e diffusi. Questo bisogno di confrontarsi con un archetipo è stato vissuto nel corso dei secoli dai più grandi artisti, così Pasolini non può non paragonare il suo mondo, un mondo che si evolve sempre più, spiazzandolo, verso unaa razionalità diffusa, liquida, e il mondo degli affetti naturali, della terra e dei riti.
Il risultato di questo confronto è straniante, perché Pasolini, nel pieno della sua poetica, non lesina gli strumenti della sua cinematografia: lunghi silenzi, musiche ricorrenti e intimamente legate ai personaggi, paesaggi pensosi e desertici, sino alla prolessi della conclusione del film, capace di annullare la ricerca dell'originalità della vicenda, incentrando la riflessione sulla modalità di sviluppo della stessa. Nota al margine per Maria Callas nel ruolo di Medea, a suo agio nel ruolo della maga orientale, sfinge inespressiva nell' odio e nell'ordito dei suoi piani, passionale e pura nell'amore.
Un film difficile, consigliato ad un pubblico attento, colto e consapevole.
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