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Ernest Hemingway, Fiesta

Approcciarsi a Fiesta di Ernest Hemingway a tanti anni dalla sua pubblicazione non è operazione delle più semplici: le differenze culturali, il tempo che è trascorso, un intero mondo che è andato sempre più a sbiadire insieme agli ultimi scampoli del XIX e del XX secolo. Eppure questo romanzo ha ancora qualcosa da dirci, qualcosa che colpisce in profondità la sensibilità dell'uomo contemporaneo. Nella storia di Robert Cohon, di Jake, di Brett, nel loro vivere senza meta per un'Europa che ignora i suoi conflitti interiori, nello scorrere delle pagine tra un'ubriacatura e l'altra, nell'assenza di senso di vite che cercano in vano di trovare un perché in rapporti sempre più contorti e approssimativi, in cui le finzioni si accavallano ai non detti, in tutto ciò sentiamo l'eco modernissima di una generazione, la nostra, che ha scoperto a sue spese di avere nuovamente vissuto nell'inconsapevolzza, di aver volutamente tenuto gli occhi chiusi, vivendo per il semplice motivo dell'essere vivi, accettando tutto, cercando qualcosa che apparisse prima ancora di essere. Nell'amore di Brett e Jake, nell'impossibilità di questo rapporto si rispecchiano tutti gli amori impossibili di tutte le gioventù allo sbando e lasciate a se stesse nel loro essere miseramente gaudenti. C'è qualcosa di esiziale nella rappresentazione di questa gioventù. I protagonisti di questo romanzo non hanno la forza intellettuale e spirituale per chiedersi se, al di là del loro sollazzo superficiale, ci sia qualcosa in più. La sofferenza emerge a sprazzi: nell'apatia di Robert, nel correre tra le braccia di ogni uomo di Brett, nel bisogno dell'alcol di Mike, persino nell'apparente serenità di Jake. Tutto parla di qualcosa di non detto, di qualcosa che si respira nell'aria ma ancora non ha un nome, qualcosa che si prefigura nella decadenza dell'unica esseza ancora realmente innocente, la fiesta di Pamplona. L'amaro specchio di una gioventù che di lì a poco avrebbe conosciuto la consapevolezza della morte e della dittatura.

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