Passa ai contenuti principali

Il disimpegno morale

Testo scritto da Matteo Radavelli e mail: matteo.radavelli@yahoo.it sito web: http://psychomer.blogspot.com

Il disimpegno morale La teoria social-cognitiva si fonda inizialmente sui processi di rinforzo e modellamento vicario per poi spostarsi verso i meccanismi di autoregolazione che sono alla base degli standard interni. Questi permettono alla persona di comportarsi in funzione delle conseguenze previste, consentendole di arrivare alla soddisfazione personale e al senso di autostima, evitando così auto-sanzioni dovute alla trasgressione dei valori morali. Maggiore è il disimpegno morale e minore è il senso di colpa e il bisogno di riparare al male causato dalla condotta lesiva (Bandura, Barbaranelli, Caprara, Pastorelli, 1996 b)

Di norma gli individui non adottano una condotta riprovevole finché non hanno giustificato a se stessi la correttezza delle loro azioni. Bandura ha approfondito i meccanismi e le condizioni che, nel corso della socializzazione, determinano l’attivazione o meno dei controlli morali interni, agendo così come cause del comportamento immorale di persone pur capaci delle più elevate forme di ragionamento morale. Bandura ha individuato otto diversi meccanismi di disimpegno morale: Una parte di questi operano sul comportamento lesivo stesso.

- Giustificazione morale: si tratta di un meccanismo attraverso il quale i comportamenti socialmente deleteri vengono resi accettabili, sia personalmente che socialmente, attraverso la ricostruzione cognitiva o forme di ideologizzazione. Gli individui, quindi, agiscono per impulso di un imperativo sociale o morale. Nelle vicende della vita quotidiana, numerosi comportamenti aggressivi vengono giustificati col pretesto di voler proteggere l’onore e la reputazione (Cohen & Nisbett, 1994). Questo processo può essere inoltre paragonato al meccanismo psicodinamico di razionalizzazione.

- Etichettamento eufemistico: è un meccanismo che si fonda sul potere del linguaggio: questo se elaborato, permette di mascherare un’azione riprovevole conferendole un carattere di rispettabilità proprio grazie all’attribuzione di caratteristiche positive alla condotta deviata, in modo tale che il soggetto si senta libero da ogni responsabilità.

- Confronto vantaggioso: consiste nel mettere a confronto la propria azione deplorevole con una peggiore, in modo da alterarne la percezione ed il giudizio. Più flagranti sono le attività utilizzate nel confronto, più è probabile che la propria condotta lesiva appaia trascurabile o addirittura benevola (Bandura, 1991). I deterrenti interni vengono eliminati dalla ristrutturazione morale che mette così l’autoapprovazione a servizio di imprese distruttive, trasformando ciò che prima era condannabile in fonte di autostima.

Il secondo gruppo di meccanismi opera nascondendo o distorcendo la relazione agentiva fra le azioni e gli effetti da esse provocati.

- Dislocazione della responsabilità: è un meccanismo che permette alle persone di compiere azioni che solitamente ripudiano poiché non si sentono direttamente responsabili del loro operato. Questo è evidente quando si obbedisce ad una autorità: considerando l’obbedienza come obbligatoria si individua l’autorità stessa come responsabile. Milgram (1974), grazie a diversi esperimenti, ha dimostrato che maggiore è l’autorità che assegna il comando e maggiore è l’obbedienza, ma che questa diminuisce nel momento in cui gli effetti lesivi del proprio operato sono evidenti.

- Diffusione della responsabilità: è un meccanismo che permette di distribuire fra membri diversi la responsabilità derivante dall’attività rischiosa, della quale vengono eseguiti aspetti parziali che sembrano quindi innocui in sé, ma che sono pericolosi nella loro totalità. La diffusione della responsabilità permette agli individui, altrimenti attenti alle esigenze altrui, di comportarsi in maniera crudele. Gli individui si comportano in modo molto più crudele quando la responsabilità è del gruppo rispetto a quando si ritengono personalmente responsabili delle loro azioni (Zimbardo, 1969, 1995).

- Distorsione delle conseguenze: è un meccanismo in cui opera la minimizzazione o la selezione strumentale nella rappresentazione delle conseguenze positive o negative dell’atto. Ad esempio, i questi casi, i soggetti ricordano con prontezza le informazioni sui potenziali vantaggi delle loro azioni, ma sono meno capaci di ricordare quelli dannosi. Anche Milgram (1974) ha dimostrato, tramite la diminuzione dell’ubbidienza al comando aggressivo, che è più facile danneggiare quando la sofferenza delle vittime non è visibile e quando le azioni causali sono temporalmente remote dagli effetti, rispetto a quando il dolore della vittima è evidente e personalizzato.

L’ultimo gruppo di pratiche di disimpegno opera sui destinatari degli atti lesivi.

- Disumanizzazione della vittima: si fonda sulla capacità di attribuire alla vittima caratteristiche spregevoli, non umane, in modo da evitare l’insorgenza di angoscia alla visione della sofferenza causata. Infatti considerare le vittime come soggetti subumani consente di mettere in atto azioni estremamente crudeli, considerandole giustificabili così da alleviare il senso di angoscia. Questo è stato confermato da uno studio sulle dinamiche di vittimizzazione svolto da Perry, Williard e Perry (1990) nel quale è stato riscontrato che i bambini aggressivi mostrano scarso interesse empatico quando fanno male a coetanei sminuiti ai loro occhi.

- Attribuzione di colpa: è un meccanismo che riduce il controllo interno tramite la percezione dell’altro come colpevole. Infatti durante una disputa è facile attribuire alla controparte delle colpe così da giustificare la propria condotta violenta come difesa contro la provocazione aggressiva. Anche i bambini inclini all’aggressività sono pronti ad ascrivere l’intenzione ostile ad altri, cosa che fornisce una giustificazione ad atti preventivi di ritorsione (Crick & Dodge, 1994). Pertanto se l’altro è ritenuto responsabile, non solo le proprie azioni sono giustificabili, ma ci si può sentire addirittura più buoni ed onesti di altri.

Sebbene i meccanismi di disimpegno morale operano simultaneamente nel processo di autoregolazione, differiscono per grado di influenza nelle diverse età. Ad esempio, l’interpretazione della condotta lesiva come funzionale a scopi giusti, il disconoscimento della responsabilità per gli effetti lesivi e la svalutazione di coloro che vengono maltrattati sono le modalità maggiormente utilizzate per autogiustificarsi durante l’infanzia e l’adolescenza. Mentre celare attività riprovevoli dietro denominazioni eufemistiche oppure renderle innocue tramite il confronto palliativo sono meccanismi che richiedono capacità cognitive avanzate e sono pertanto utilizzate con minor frequenza (Bandura, Brabaranelli, Caprara, Pastorelli, 1996). Il processo di disimpegno morale, che trasforma individui benevoli in carnefici, non avviene sicuramente repentinamente, bensì in maniera graduale. Il mutamento avviene attraverso una progressiva rimozione del sentimento di autocensura. Inizialmente, coloro che compiono azioni disumane si abbandonano a misfatti abbastanza limitati, che essi mettono in atto non senza qualche difficoltà morale. Una volta che la ripetitività degli atti di natura violenta ha smussato il loro sentimento di colpevolezza, le azioni diventano via via più odiose, fino al punto che azioni considerate all’inizio come ripugnanti, vengono perpetrate quotidianamente senza suscitare angoscia né disgusto. Il comportamento disumano diviene a questo punto una routine. Uno studio condotto da Elliot e Rhinehart (1995) sulle aggressioni e sulle trasgressioni di grave entità dei giovani americani conferma la generalizzabilità della teoria del disimpegno morale.

Posta un commento

Post popolari in questo blog