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Il diritto di non sapere e di non decidere, lo spauracchio di Tucidide



Spesso e volentieri si sente dire che il pubblico, la massa ha per certi versi il diritto di non sapere e di delegare ad altri decisioni, anche fondamentali, su questioni di rilevanza morale, economica, politica e tecnica. Tutto questo perché nella nostra società la condizione d'ignoranza è considerata, a punto, non solo una condizione ma anche un diritto inerente la vita privata (fermo restando che poi ciascuno dovrebbe assumersi le responsabilità per le proprie scelte e, in un caso simile, non dovrebbe poi poter protestare nei confronti delle scelte prese da altri che egli stesso ha delegato in sua vece).
Ma l'ignoranza può essere veramente un diritto? L'istruzione e l'informazione, così come il voto, possono essere non solo un diritto ma anche un dovere? Si rischierebbe forse di approdare allo stato etico, spauracchio del mondo liberale sulla base del principio platonico del "chi controllerà i controllori"?
Ma sempre ritornando alla grecità, un passo di Tucidide, tratto dal famoso Epitaffio di Pericle per i caduti ateniesi, indica quale dovrebbe essere la stima per chi decide di mantenersi nella condizione d'ignoranza
Noi soli, infatti, consideriamo chi non prende assolutamente parte a queste questioni ( politiche ) non quieto, ma inutile e noi stessi giudichiamo o discutiamo correttamente le questioni, dato che riteniamo che le parole non siano d'ostacolo alle azioni, anzi piuttosto non essere stati informati in anticipo da un discorso prima di andare ad occuparci di ciò che bisogna compiere con un'azione. 
Tucidide indica nell'uomo per sua scelta ignavo un peso per la società, colui che appiattisce il valore dello stato alle semplici esigenze primarie, di fatto distruggendo il valore sociale dell'entità politica e della costruzione dei diritti e dei doveri che ne sono alla base. Un insegnamento che probabilmente varrebbe la pena di seguire ancora oggi
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