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Incroci

Eccola, si avvicina, non so che fare.

Da quando sono entrato in questo centro commerciale mi sono accorto che, ovunque io fossi, lei era lì. Se entravo in un negozio di scarpe, lei mi seguiva come un ombra, annusava i miei passi sgattaiolando fra i ripiani, incurante della mia accortezza.

In principio in realtà non mi ero accorto di lei, avevo semplicemente deciso di fuggire l'afa della domenica pomeriggio passeggiando in quell'enorme scatolone blu, indorato da mille luci, giù in periferia.

Mi avevano accolto le mille e più macchine che tutte in fila si districavano tra le strettoie e le rotonde nell'attesa di poter penetrare lo scatolone, la ricerca disperata di un parcheggio mentre in alto la luce del sole picchiava forte sulle carrozzerie delle auto.

Estate, stagione da andare a mare, non certo rimanere da soli in città. Ma la crisi, il poco lavoro, tutti ci aveva costretti a non staccarci più di tanto dalle tristi abitudini invernali, tanto che quella domenica c'era una coda per entrare come se fosse Febbraio.

La mia Fiat Panda appena acquistata, di seconda mano, brillava al sole del pomeriggio, riflettendo le immagini di un paesaggio torrido e assonnato, bruciato dal caldo e in attesa, come del messiah, delle piogge che l'avrebbero dissetato soltanto fra qualche mese, e a stento.

Intanto cercavo parcheggio, girando a vuoto fra le corsie di sosta di incustoditi sotterranei: le macchine a lisca di pesce, secondo figure geometriche che solo ingegneri folli potrebbero immaginare, sudate si disponevano ordinatamente, mentre dai piani superiori spandevano musiche soffuse di radio improbabili. Gracchiavano canzoni dei Rolling Stones e dei Modà, pezzi dei Queen e di Tiziano Ferro, in un profluvio di note che poco aveva a che fare con una scelta consapevole.

Disposi la mia auto blu cobalto accanto ad un motociclo e ad una BMW. Onestamente sfigurava, ma me ne fregava poco. L'unica cosa che mi interessava era smettere di boccheggiare spiaggiandomi sotto gli amichevoli condizionatori dell'edificio.

Salii con l'ascensore, lasciandomi cullare dal moto ora più celere, ora lentissimo. Quando la porta si aprì, un florilegio di luci e di insegne.

Fu allora che la vidi, la prima volta, di fronte a me, già mi attendeva alla cassa di un negozio. Era lì che fingeva di pagare con la sua carta di credito, chissà quale cianfrusaglia aveva acquistato solo per potermi tendere quell'imboscata. Con disinvoltura ripose la carta nel suo portafogli ed uscì dal negozio, perdendosi apparentemente in mezzo alla folla che come corrente di mare, iniziò a trascinarla via, verso altre vetrine.

Io intanto, inconsapevole, cominciai a peregrinare come un devoto tra i banconi del supermercato e le commesse dei negozi di intimo. Neanche mi curavo di quali porte imbroccassi, mi interessava solo il fresco, il suono di quelle note che mi cullava e la folla, la folla che nel suo girovagare senza meta mi attraeva e respingeva ad un tempo. Ero parte di essa ma in essa galleggiavo, ero pesce fra i pesci in quel mare, ma io tentavo di salvarmi, tentavo di aggrapparmi ad uno scoglio. E lei era l'esca, l'amo della canna pronto ad infilzarmi.

Come un pesce boccheggiavo, aprivo e chiudevo le labbra in cerca d’aria, forse anche di cibo, di un nettare invisibile che mi nutrisse: nel frattempo, proprio come i pesci, seguivo la scia, seguivo i vicini nei loro andirivieni, seguivo la massa che agitata e rumorosa si contorceva in quel budello di corridoi, di scale mobili, di ascensori e di vetrine.

Di tanto in tanto compariva la sua faccia, impertinente e furtiva, mi scrutava già. Cosa vuole da me questa faccia? Perché mi segue?

Voglio delle risposte, rivango il mio passato recente, tento di capire quando e perché ho visto quegli occhi, quale possa essere l’associazione, il collegamento, con i miei. Perché quegli occhi cercano i miei, perché quello sguardo complice e di sfida ad un tempo?

Il suo passo si è fatto celere, sembra quasi volermi rincorrere, inseguire. Ricordo quando da piccolo un cane mi insegui attraverso una strada deserta, in un quartiere periferico: ero finito lì per sbaglio, bigiando la scuola; vagando senza meta fra le strade mi ero ritrovato in quella stradina sconosciuta, perso, senza nessuno che potesse dirmi dove fossi e perché fossi lì. Attraversando quella strada in cerca di qualcosa che mi potesse indicare la direzione, tentando di ritrovare un segno di un viale conosciuto, d'improvviso il cane mi fu davanti, sarà stato un mastino o qualcosa del genere. Mi fissò negli occhi, apparentemente senza motivo: ruminava qualcosa nella sua mascella possente, le zampe ben ferme reggevano fasci di muscoli pronti allo scatto. Era la rappresentazione della tensione, mentre io ero la personificazione della paura. Quando iniziò ad abbaiare il panico mi prese e mi avvinse fra le sue spire e, irresoluto, presi ad indietreggiare, cercando di procedere il più lentamente possibile, per non dare la sensazione della fuga, forse più a me che al cane.

Ma il cane comprese bene il mio terrore, avrò avuto dodici anni. Con un balzo si gettò al mio inseguimento, mentre i miei piedi, prima cauti, ora cercavano soltanto di aumentare il loro passo, di diventare rapidi come schegge. Cercavo di ripercorrere la strada che avevo imboccato, sperando di incontrare anima viva, qualcuno che mi potesse salvare. Ricordo una bambina da una finestra che, osservando la scena, iniziò ad urlare, chiamando i genitori. Una madre che la trascinava via pareva negarmi l'unico appiglio verso la salvezza.

Svoltai l'angolo, mi ritrovai in una piazzetta, mentre il mastino si faceva sempre più vicino. Dalla stradina, di corsa, dietro di me ed il mio inseguitore sbucavano due adulti, due uomini sulla quarantina.

Il cane mi fu addosso, mi fermò con le sue zampe. Ricordo il suo alito e la sua bocca che azzannava la mia gamba; poi ricordo quattro mani che lo trascinavano via urlando. Dopo io svenni.

Lei è lì ora; i negozi stanno calando le saracinesche, spegnendo le luci delle vetrine. Lei è di fronte a me, mi osserva mentre si avvicina. Per forza di cose ci incontreremo mentre io prendo la strada verso i posti macchina. Lo sguardo è dritto, fiero: fissa davanti a sé sicura di quel che vuole, di quel che deve, mentre io mi perdo in mille rigagnoli di domande.

Quando mi incrocia i suoi occhi non si abbassano, la sua espressione non si smuove, le sue mani sono sicure. La guardo dal basso in alto, cercando forse un segno, uno sguardo, un ricordo. La sua emozione è e non è la mia, i suoi occhi sono e non sono i miei, mentre io ricordo la bambina che chiamava quegli adulti in mio soccorso, chissà lei a cosa pensa.

Mi supera: lei per la sua strada, io per la mia. La mia auto mi attende.

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