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Un mese con Montalbano, Andrea Camilleri



Per il lettore medio nostrano, se si parla di genere giallo, esistono pochi nomi di rilievo: Camilleri, Faletti e Lucarelli su tutti. In particolare Andrea Camilleri colpisce sempre con l'arditezza della sua lingua, di cui potremo discutere a lungo l'utilità stilistica all'interno dei suoi racconti.
Del nostro autore sto attualmente leggendo, con notevole gusto in realtà, Un mese con Montalbano. In questo volume di racconti brevi Camilleri, pur sfruttando la caratterizzazione e la perfetta riuscita della ambientazione creata per il suo protagonista, gioca su una vena più intima, talora anche apertamente malinconica, vena che a volte è più nascosta nei gialli propriamente detti. Del resto lo strumento di cui Camilleri si avvale, il racconto breve, gli permette di giocare meno sulla trama e più sui suoi personaggi, sulla varia umanità che ruota intorno al commissario Montalbano in quella assolata città della provincia sicula che sarebbe la Vigata immaginata dall'autore. 
In tutto questo condensarsi di personaggi dalle personalità forti, capaci di cogliere l'attenzione del lettore e del nostro commissario, un ruolo da protagonista ce l'ha la lingua adoperata dall'autore. Un siciliano che nessun siciliano si sognerebbe di usare perché, sia chiaro, neanche nell'entroterra più sperduto dell'isola si parla un dialetto simile: eppure la lingua di Camilleri non dà fastidio al lettore.
Quale ne è la funzionalità narratologica, quale la cifra stilistica? Questa è una questione da addetti ai lavori e, se posso dire la mia, il dialetto di Vigata, nella sua inesistenza, ne ha caratterizzato mentalità e territorio più di una lingua viva. Forse l'autore avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto usando un italiano meno imbastardito, senza fingere un realismo linguistico che, di fatto, non c'è. Ma questa trovata non ha mai infastidito il lettore, anzi forse è stata la vera cifra della fortuna editoriale del personaggio di Montalbano e, quindi, del suo autore.

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