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Lo stato sociale, lo sviluppo economico e la decrescita


Uno dei temi più dibattuti in questo momento sulla rete è il tema della sopravvivenza dello stato sociale tipico dell'Europa. Per farla breve, da più parti del mondo economico giunge ormai la lagnanza che la crisi che ci troviamo a vivere dipenda, fra le altre cose, da uno stato sociale eccessivamente sviluppato nel Vecchio Continente. Viene suggerito quindi, per risolvere la crisi, di ridurre i diritti garantiti dallo stato sociale, in modo da rendere l'Europa rapidamente di nuovo concorrenziale nei confronti di continenti più "agili" sul mercato del lavoro quali Americhe e Asia.
C'è subito da fare una premessa: la crisi che viviamo nasce dai mercati e segue gli andamenti dei mercati. Non è una crisi di produzione, semmai di sovrapproduzione. Inoltre la crisi che viviamo segue un modello di sviluppo economico lineare, in cui, secondo chi propone il taglio dello stato sociale, tornando ad un livello concorrenziale l'Europa potrà nuovamente contendere ai paesi emergenti il predominio economico e lo sfruttamento di risorse concepite come infinite.
Sappiamo tuttavia bene che le risorse che il pianeta può fornire non sono di certo infinite, che la ricchezza così come viene prodotta e distribuita dall'odierno sistema economico non è certo ripartita egualmente fra i diversi strati sociali. Ad una minoranza ricca presente in ogni paese e continente segue una grande maggioranza silenziosa che fatica per arrivare alla fine del mese e, anche quando il progresso economico ha migliorato le condizioni sociali dei diversi ceti, questo è avvenuto per l'intervento della politica, non certo per un semplice e lineare processo di acquisizione di ricchezze.
Insomma, se la crisi è economica, tuttavia la politica non può e non deve rimanere assoggettata ad essa.
In particolare, il ragionamento che prevede il taglio dello stato sociale fa cilecca proprio dal punto di vista logico e mette in luce tutta la sua malafede. Sarebbe come dire che, oggi che siamo sette miliardi, nel momento in cui la distribuzione egualitaria del cibo in giro per il pianeta è sempre più complicata, per rendere concorrenziale i paesi più poveri sarebbe anche il caso di soprassedere sul cannibalismo. Oppure, lì dove la popolazione sia "eccessiva" (secondo quali criteri? chi può permettersi di giudicare cosa sia eticamente corretto? gli economisti, i banchieri?) sia lecita una selezione della specie per rendere più "agile" uno stato.
Lo stato sociale, anziché cancellato, va esportato, come modello di vera dignità umana. I diritti umani non sono un inutile orpello ma la dimostrazione che il progresso umano non è fatto solo di opulenza, di cieco sviluppo tecnologico, ma è soprattutto sviluppo di civiltà.
Un processo lineare di crescita che non tenga conto di una equa ridistribuzione delle risorse e delle ricchezze è un processo cieco, inutile, di certo non è un progresso. 
L'uomo del ventunesimo secolo ha bisogno di riformare la sua idea di progresso prima ancora di riformare il suo stato sociale. È ipotizzabile un mondo in cui chi gestisce la cosa pubblica e le ricchezze mondiali ben poco fa per rispondere all'annosa questione di cosa potranno fare le future generazioni di fronte allo sfacelo che stiamo causando? Cosa accadrà quando fra trenta - quarant'anni, in nome di un progresso cieco e lineare, non sostenibile, avremo esaurito gran parte delle risorse presenti su questo pianeta? Allora cosa faremo? Diremo che quei pochi diritti umani che saranno ancora garantiti saranno un inutile orpello di fronte alla necessità di mantenere ancora gli stati e le multinazionali concorrenziali?
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