martedì 2 agosto 2011

Tra finzione e realtà

Ci sono momenti in cui, in un modo o in un altro, bisogna tirare le somme, giungere a delle conclusioni, dare un senso a ciò che si è fatto e trovarne i perché. Non è qualcosa di obbligatorio, quando possiamo noi tutti evitiamo gli esami di coscienza, malgrado i bravi maestri ci insegnino che proprio l'introspezione permette di vivere consapevolmente. Il fatto è che proprio la consapevolezza, il più delle volte, è dolorosa. Ci sono cose di noi che preferiamo non sapere, così come ci sono cose al di fuori di noi che preferiamo ignorare. Nella nostra debolezza è una forma di auto conservazione, di difesa. Una barriera naturale che tiriamo su per evitare di essere abbattuti dal vento. Umano, troppo umano.

Fra tutte le convenzioni che l'uomo ha creato nella sua evoluzione, la lingua è quella che resiste più tenacemente e che più radicalmente si attacca alla sua finzione di realtà. Abbiamo imparato a non credere del tutto alla scienza e alle sue leggi, abbiamo persino imparato a non credere alle religioni, alle leggi, alle morali. Ma la lingua, qualsiasi lingua e in ogni parte del mondo, l'arte del linguaggio, quella mantiene sempre un fondo di verità, più di qualsiasi altra arte o strumento. Il potere di fascinazione della parola rimane immutato o quasi malgrado i secoli: non si spiegherebbero se no i fenomeni carismatici che accompagnano questa epoca.

Del resto i nostri stessi studi, se non a livelli specialistici, sono organizzati in modo da non farci mai dubitare della parola e del suo potere. Fin da piccoli studiamo funzioni grammaticali e logiche, come se parola e realtà fossero un tutt'uno. Guai a spiegare al bambino che logica grammaticale e logica reale sono cose diverse: innanzitutto (ci si giustifica) sarebbe poi complicato spiegare in tenera età come le lingue siano delle convenzioni, spiegando così l'esistenza delle diverse lingue. C'è un portato nazionalista: io insegno la mia lingua, imprescindibile dalla logica, in modo che per te discente sia scontato che la lingua in cui si debba parlare sia quella e sia strano immaginare che si possano parlare altre lingue.
Ma la realtà è che spiegare la convenzionalità della lingua offre ai discenti il potere di contestazione dell'autorità, potere da cui ogni docente è terrorizzato.

Eppure la lingua esiste perché così noi vogliamo, è una nostra creatura, non esiste a prescindere di chi la parla. Tutte le condizioni che i linguisti hanno spiegato così bene negli ultimi due secoli per l'esistenza del linguaggio, scritto e parlato, sono fenomeni ignoti al grosso pubblico.
La capacità del parlante di stupire tramite gli effetti vengono avvertiti tutt'oggi come qualcosa di magico, di artistico. Eppure io posso dire qualcosa di assurdamente fuori dalla realtà senza che la mia asserzione sia fuori dalla logica grammaticale:

l'albero mangia la mela

piuttosto che il suo corrispondente passivo

la mela è mangiata dall'albero

sono frasi del tutto logiche grammaticalmente (e per fare questo esempio ho creato volutamente un anacoluto). Fra comunicazione e realtà c'è un'ampia zona di confine che rientra nello spazio aperto dell'interpretazione, dove ciò che io comunico viene analizzato secondo logica ed esperienza da chi riceve il mio messaggio, con tutte le possibili varianti e i rischi di errori dovuti ai problemi di ricezione del messaggio piuttosto che ad errori durante la comunicazione. Disambiguare un messaggio è ciò che rende affascinante la comunicazione ed imprevedibile, nonché la causa di un gran numero di questioni irrisolte fra gli uomini che, se per astratto si potessero affidare alla logica pura, neanche esisterebbero.

Grazie a questi limiti e pregi della comunicazione io parlante sono dotato del potere di convincere i riceventi il mio messaggio anche di cose che non stanno né in cielo né in terra. Senza scomodare esempi celebri, è ciò che facciamo ogni giorno nella vita reale. È quanto fa il venditore per abbellire il prodotto mediocre che vende; è quello che fa la donna che ha tradito il proprio uomo nel negare l'evidenza (ed è quello che l'uomo vuole cogliere nelle sue parole) e viceversa; è quello che fanno avvocati e pubblici ministeri nell'esposizione dei fatti di fronte ad una giuria, così come ciò che fa un amico o un nemico nel difendere le proprie scelte di fronte alla persona che ha appena accoltellato alle spalle. È l'arte dei poeti e degli scrittori nel far credere possibile anche la scena meno realistica.

Tutto ciò pone un problema: quanto di quello che io dico, così come quanto di quello che mi viene detto, è vero? E inoltre, quanto comprendo e quanto perdo di ciò che mi viene detto?
È la questione annosa del limite ultimo della comunicazione: posto che non tutto ciò che viene comunicato è vero o anche solo logico, buona parte di quanto viene comunicato si perde o viene frainteso.
Ma se le relazioni umane sono fondate sulla comunicazione, se il vivere sociale stesso è fondato su questa convenzione, quale è il senso del nostro vivere?
Nella migliore delle ipotesi io non comprendo del tutto ed in maniera efficace i messaggi che mi vengono mandati; nella peggiore delle ipotesi, la mia interpretazione della realtà, fondata sulla convenzione della comunicazione, è una frottola.

Non si sottovalutino questi asserti, con cui finalmente arrivo al punto iniziale. Dover fare i conti con l'impossibilità di comprendere davvero la realtà esterna, gli altri, chi ci circonda, o arrivare a pensare che tutto ciò che ci sta intorno potrebbe essere una frottola, è una delle condizioni più dolorose a cui si possa giungere.
Vuol dire non avere appigli: non avere delle fedi, delle certezze umane e ultraterrene a cui affidarsi in caso di difficoltà.
Vuol dire dubitare sempre e comunque di cose e persone. Vuol dire non prendere sul serio nulla, non credere neanche in ciò che si sta dicendo o scrivendo in questo preciso istante.
Sono condizioni distruttive, assolutamente improduttive, me ne rendo conto. Ma sono le posizioni che si raggiungono (mi correggo, si possono raggiungere) facendo un'analisi anche solo della propria esperienza pratica, dello scarto fra quanto ci viene comunicato nella nostra vita quotidiana, anche in assoluta buona fede, e quanto si realizza davvero.

È quanto meno ciò in cui credo, le convenzioni a cui sono giunto per studi ed esperienza. È ciò di cui scrivo, tutto ciò che ho da comunicare, ovvero che nel non saper nulla, nulla ho da comunicare davvero.

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