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Parliamo di integrazione

Ci sono quelle giornate strane in cui ti imbatti nella realtà senza neanche volerlo, quasi casualmente.
Contesto: le quattro ore di lavoro con contratto a progetto presso un call center catanese, attività di teleselling.
Chiamata: risponde una voce femminile, dal tono si direbbe una donna nella sua maturità, non una ragazzina, nemmeno una donna anziana.
Particolare, la donna risponde in inglese e parla solo in quella lingua.
La telefonata dura lo spazio di neanche un minuto: provo a spiegare perché la chiamo, desistendo quasi subito, sia per gli evidenti limiti del mio inglese, scolastico, non certo l'inglese tecnico di un venditore, sia perché la donna parla solo in lingua e quindi sarebbe comunque impossibile realizzare una registrazione vocale in italiano dimostrando che la donna sia consapevole di cosa le si stia vendendo.
Conclusione che mi manda su tutte le furie: la donna che contesta la telefonata sostenendo che, essendo già stata contattata, se non abbiamo operatori in grado di vendere il prodotto nella sua lingua non dovremmo contattarla, causando ad ogni telefonata un trauma (sic) ai suoi figli.

Ora, le mie posizioni contro ogni tipo di discriminazione sono risapute. Ho provato un sanissimo e convintissimo sdegno nei confronti del Ministero della pubblica (d)istruzione che ha impedito la formazione, notizia recente, di classi formate al settanta per cento da studenti stranieri, per, così è stato riportato dagli organi di stampa, motivi etnici.
Allo stesso tempo però va precisata una cosa. Qui siamo in Italia, regola che vale per tutti, dal Trentino a Lampedusa. Il che vuol dire che una è la lingua, l'Italiano, e che le leggi vigenti sono quelle italiane.
Integrazione vuol dire, dalla parte del paese ospitante, dare tutte le chance per permettere agli ospiti di poter vivere secondo i diritti umani e acquisire i diritti politici (la cittadinanza), ma vuol dire anche, da parte di chi viene ospitato, la colpevolezza che essere italiani vuol dire comunicare adoperando la nostra lingua e sforzarsi di rendere compatibili le proprie abitudini e i propri stili di vita con quelli accettati dai nostri usi e costumi. Né da un lato né dall'altro possono essere accettati abusi e soprusi, per il bene civile e la felice convivenza di tutte le anime che hanno da formare questo Stato traballante

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