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Degli umanisti e dell'orrore del dato oggettivo

È difficile dire perché oggi mi sia venuta voglia di parlare di umanisti. A dire la verità, il caso specifico è abbastanza meschino, una cosa da nulla che però ti spinge a riflettere sui massimi sistemi. Capita così sui social network di ritrovarti a litigare con una collega, dottoranda a Cambridge, critica letteraria; litigare su tutt'altro che la letteratura, eppure essere colpiti dal modo di ragionare, dall'inconsistenza delle risposte e del metodo. La realtà interpretata esclusivamente attraverso le impressioni, il disconoscimento del valore del dato oggettivo. Di cosa si discuteva? Del livello della disoccupazione in Italia: secondo la collega, critica letteraria, la disoccupazione nel nostro paese raggiungeva la cifra stratosferica del 50%. In principio con le buone, poi con altri metodi, ho cercato di far capire alla collega che la disoccupazione in Italia raggiunge circa il 12,5% dei possibili lavoratori, certo con quote molto più alte per i giovani tra i 16 e i 35 anni


Purtroppo non c'è stato niente da fare: la collega era una critica letteraria, quindi aveva ragione. A prescindere. Ora, i miei lettori sanno che la mia formazione è quella di un archeologo, e in archeologia gli umanisti sono strani: bella l'interpretazione, la bellezza, l'estetica, ma senza i dati concreti non si fa archeologia. Hai voglia a disquisire dell'arte di Fidia, ma, in primis, bisgona avere dati per sapere chi fosse Fidia, presso quali città e botteghe avesse lavorato, su cosa; e poi, magari, essere certi, grazie a dati verificabili, che quella statua o quel bassorilievo sono di Fidia, perché per esempio il drappeggio, il taglio degli occhi, la posizione delle figure, i rimandi iconografici insomma assieme ai dati di contesto, per esempio la datazione dello strato di rinvenimento e del sito, ci conducono a tale conclusione. È un lavoro certosino, che richiede metodo, poche questioni.

Se fino a qualche decennio fa parlare di letteratura era incredibilmente cool, oggi invece di libri non si mangia: a stento ci riesce qualche scrittore, non i critici, che per sopravvivere devono comunque fare altro, all'interno delle università o delle case editrici. Nell'ambiente culturale nostrano non è poi infrequente che fra critico letterario e scrittore si instauri un conflitto d'interesse, dovuto alla consuetudine, all'appartenenza agli stessi ambienti e posti di lavoro. Insomma, un circolo ristretto in cui, come già ai tempi di Montale, lo scrittore sa chi lo recensirà, sa che questo lo recensirà bene o male anche in base a quella che sarà l'atteggiamento dello scrittore stesso, giornalista o universitario, verso la futura pubblicazione del critico. Un bel circolo vizioso.
A questo limite del sistema culturale italiano, si aggiunge poi la democratizzazione della cultura come metodo, che ha di fatto livellato il valore dei giudizi, mettendo nello stesso calderone il critico, il blogger, il giornalista e l'utente dei social. Come dice Martin Amis (link) la critica letteraria, intesa in senso classico, è ormai una creatura morente. 

La reazione di una parte della nostra critica letteraria è di autodifesa: la critica diventa a sua volta narrazione, si allontana sempre di più dal dato nudo e crudo, per scandagliare lo scoop, l'indiscreto, l'inusitato, o per raccontare l'impressione soggettiva del critico. Alla fine della fiera, del libro, dell'autore recensiti o analizzati rimane ben poco, ciò che conta è la soggettività del critico: una forma estetizzante ed elitaria della reazione del dilettante da social nei confronti del testo complesso.
A cosa è dovuta questa involuzione della critica, o, più complessivamente, del sistema degli umanisti del nostro paese?

Malgrado il progressivo riavvicinamento tra le due culture, quella scientifica e quella letteraria, a partire dalle riflessioni di C. P. Snow (link) c'è ancora, nella provinciale Italia, la tendenza da parte degli umanisti al rifiuto del dato oggettivo. Si pensi a come tutt'oggi si rigettino gli studi dello strutturalismo e a quanto breve sia stata la vita di questi studi nel nostro paese. Il problema non è di poco conto: il dato oggettivo è faticoso, richiede una metodologia solida, e soprattutto, nei limiti delle scienze umane (definizione che sempre più pare fuorviante) richiede il principio di confutabilità: un fatto è tale se verificabile, altrimenti si tratta di opinione. Ora, prima di proseguire, va detto che per le scienze umane tutto questo discorso è molto complesso, è da definire fino a che punto l'artista, il letterato, l'umanista possano occuparsi di fatti oggettivi; è vero che se studio una poesia posso definire oggettivamente se si parla di versi liberi o no, quante sillabe li compongono, quali figure retoriche vengono adoperate, qual è la struttura metrica, ma tutto ciò non mi dirà se si tratti di una bella poesia. Tutto vero: ma intanto quei dati oggettivi saranno serviti quanto meno a definire se e in che modo l'autore conosceva certe regole e strutture del genere che sta interpretando a suo modo, se e in che modo stia facendo riferimento a suoi contemporanei o a predecessori, in che modo voglia rompere gli schemi. Tutti dati accessori, certo, per giungere infine alla domanda fatidica: questa poesia è bella? Perché? Cosa mi lascia?

Se il principio metodologico appare, tutto sommato comprensibilmente, sconosciuto dalla grande massa della popolazione, non è invece giustificabile che sia così per chi si proclama intellettuale. Non è questione di gusti: la scienza richiede la verificabilità dei dati, altrimenti non si fa scienza, si fa altro. O si capisce questo, o l'umanista come figura andrà a morire, perché a porre la fatidica domanda, questa poesia è bella o è brutta, ci arriva anche il dilettante; è questione di senso, perché l'opinione del critico deve essere più fondata della mia? Perché lui possiede un metodo che io non ho.
Come dice Amis, la democratizzazione della cultura rischia di far fuori il talento, sia per quanto riguarda gli scrittori, ma anche per quanto riguarda chi studia la cultura. Ecco, questo mi sembra il punto: nel momento in cui disconosciamo il valore del dato oggettivo, verificabile, della critica e dello studio delle fonti, mettendo tutto sullo stesso piano, ecco che legittimiamo l'equivalenza dei pareri, del competente, del dilettante e dell'ignorante. Ma da questa equiparazione è la cultura che ha da perdere, perché se tutto può essere cultura materiale e popolare, non tutto è cultura alta, ricerca, sperimentazione.

Tornando alla collega, la tizia dei social, tanto per farvi ridere, sappiate che, messala di fronte ai dati oggettivi, sono stato accusato di molestarla. Ah, ovviamente, la causa della disoccupazione al 50%, per la collega, sono gli immigrati. E chi sennò.
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