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Elogio della complessità

Sempre più spesso capita di leggere articoli, o addirittura libri, caratterizzati da una comune cifra stilistica. In effetti, se non ci fosse una firma, difficilmente si potrebbe capire chi sia l'autore di questo o quell'intervento, questo o quel volume. Tutte le frasi, tutti i periodi, i paragrafi, i capitoli sono accomunati dalla ricerca della rapidità e della semplicità. Ma qual è l'idea (fondata?) che sta dietro questa scelta stilistica? Facile, ovvero che la semplicità coincida con ciò che, essendo facilmente e immediatamente percepibile, sia anche per sua natura più "logica", più vera. Così, per contrappeso, ad un periodare complesso corrisponde l'idea di un inutile appesantimento, di qualcosa da nascondere, della volontà di fregare.
Si tratta ovviamente di un modello retorico molto diffuso e sfruttato mirabilmente da numerosi politici. Pensiamo ad esempio alla comunicazione di Matteo Renzi o di Matteo Salvini, così attenta alla velocità tanto da abolire completamente il periodare complesso, anzi, da abolire addirittura frasi complesse che superino  centoquaranta caratteri. La frase semplice assume valore iconico, totemico: se è semplice è sicuramente vera.
Così vale per gli scrittori, sempre più gggiovani (con tre "g", mi raccomando), privatisi degli inutili orpelli dei tempi verbali che non siano il presente e l'imperfetto o di tutti quei modi che servano ad esprimere le varie sfumature della possibilità. Se la comunicazione deve essere rapida, come un post su Facebook, non può dilungarsi sulle paure e le incertezze, deve esprimere la sua subitaneità, la sua fondatezza. Ecco che tutto diventa un eterno presente indicativo.
A questa comunicazione rapida ed appiattita si associa un altro mito, quello del buon senso. Il buon senso si fonda sull'esperienza pratica, concreta, immediatamente realizzabile ed accessibile a tutti. Tanto concreta che non necessita, né merita, verifica. Se un'affermazione è di buon senso, e lo sarà tanto più apparirà semplice e di facile intuizione, non avrà di certo bisogno di verifica.
Eppure è proprio l'esperienza a farci dubitare del buon senso. Fosse per il buon senso la Terra sarebbe piatta, la Luna sarebbe un disco, il Sole girerebbe intorno a noi, e del resto il nostro pianeta sarebbe immobile; fosse per il buon senso le persone di colore sarebbero inferiori, gli omosessuali malati, gli epilettici dei profeti, i bambini dei piccoli adulti e le donne sottomesse. Fosse per il buon senso gli aerei non volerebbero, le navi non navigherebbero e noi vivremmo al freddo e al buio nelle caverne.
Il punto è che la storia dell'uomo nei suoi progressi non è fatta di buon senso. La storia dell'uomo è fatta di complessità, di ipotesi, di dubbi, incertezze, errori, ripensamenti. La storia dell'uomo è fatta di angoscia, patimenti, gioie, maltrattamenti e gesti di coraggio oltre ogni pensiero umano. Tutte cose che la nostra lingua è capace di esprimere, grazie e malgrado le sue mille incertezze, attraverso la spigolatura della sua complessità, le zone d'ombra delle sue apparenti contraddizioni o delle sue ripetizioni. Ad una lingua complessa corrisponde un pensiero complesso. Sì, forse si tende al barocchismo, ma se è l'animo nella sua multiforme essenza ad essere barocco, perché impedirlo alla lingua? Certo, sempre occorre cercare l'altro punto di fuoco della nostra traiettoria, ovvero la precisione. Sforzarci, pur nelle difficoltà e senza abiurare alla complessità, di cercare il termine che solo, anche fosse arcaico e desueto, riesce ad esprimere quella minima sfumatura che vogliamo rendere. Questo è certo un elogio del parlare complesso, retorico. Ma perché solo al parlare complesso si associa il desiderio e il tentativo di scandagliare davvero la realtà fino alle sue viscere, anche a costo, come per illustri esempi, di scoprirne la vanità.


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