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La postmodernità ed il moderno scrivere

Quando Zygmund Bauman parla della postmodernità e della sua società liquida svela ciò che chiunque, nel suo piccolo, può avvertire quotidianamente: la sensazione di mancanza di qualcosa, di assenza di senso.
La fine della guerra fredda è stata per l'Occidente una rivoluzione senza vincitori: l'ultima pagina del capitolo conclusivo di una storia che però ne ha disvelato una nuova, non ben chiara. La morte delle ideologie dell'Ottocento e del Novecento, quelle grandi costruzioni sociali, politiche e filosofiche che in un modo o in un altro avevano caratterizzato il vivere dell'Europa e degli Stati Uniti, non ha prodotto nuove certezze e nuove ideologie. Anzi, l'omologazione ai modelli diffusi sempre più rapidamente dalla globalizzazione imperante ha invece causato la trasformazione della società, come dice Bauman, dalla società di produttori a quella di consumatori. Dalla società della contrapposizione tra ricchi e poveri, che fossero i nobili, i patrizi, i plebei o i ceti borghesi, ad un immenso presunto ceto medio, asservito ai servizi elargiti dall'alto da entità più o meno astratte, di fatto ormai superiori agli stessi stati nazionali.

Altri si sono confrontati con la postmodernità: Jean-Francois Lyotard per esempio si è confrontato con la fine delle grandi narrazioni, fine avvenuta per motivi storici ben precisi, ma che ha portato nella sua opera alla ricerca di un senso locale, individuale, che prescinda dalle grandi ideologie dei secoli passati, ormai accantonate, in attesa forse di un nuovo ritorno di senso.
In Italia invece è Gianni Vattimo il più importante teorizzatore del pensiero debole, di un pensiero che non aspira alla forza immobilizzatrice e paradigmatica, dogmatica delle grandi narrazioni settecentesche e ottocentesche, se non addirittura del pensiero religioso: il pensiero debole si configura come pensiero che si avvita su se stesso, anche in questo caso in una ricerca di senso individuale e locale.
 
Se dovessi fare un paragone storico fra quanto accade oggi e il passato, l'unico che mi viene in mente è ciò che è accaduto nel mondo greco durante l'Ellenismo, quando l'apertura ad un mondo enorme e già sviluppato come l'Oriente ha messo in luce le debolezze e le fragilità della cultura greca, abbattendo ad una visione sommaria le barriere culturali, nella realtà invece portando ad una commistione delle culture nei livelli più alti della società, ma anche ad una estremizzazione delle superstizioni e dei fenomeni di misticisimo nei livelli più bassi. Tutti eventi legati alla perdita delle certezze acquisite, in primis quelle politiche. Da non sottovalutare come, così come oggi, anche durante l'Ellenismo i tentativi di integrazione fra le diverse etnie hanno di rado avuto un buon esito, tanto che, a distanza di secoli, al crollo dell'Impero Romano, molte delle popolazioni periferiche dell'antico Oriente hanno reclamato le loro antiche tradizioni.

L'uomo è quindi, oggi più che mai, in balia di se stesso. Soprattutto, in balia del fatto che, al contrario del passato, non ha più appigli, non ha più una terra sotto i piedi, una narrazione che lo renda protagonista, comprimario o semplice antagonista nella sua stessa vicenda. Cosa che non è per forza un male

Il Postmodernismo in questo senso non è altro che il prosieguo del miglior Illuminismo: una filosofia della crisi, una filosofia che mette in crisi le ragioni dogmatiche, smontandole e mostrandone l'inconsistenza. Una filosofia che appare invero confinare con il Kitsch, ma che non è semplice venatura estatica, bensì destrutturazione della realtà per mostrarne la casualità, l'inconsistenza della trama di fondo lì dove non si avverta che quella trama è esistente solamente per il soggetto.

Il Postmodernismo si configura quindi, allo stato attuale, come una corrente culturale "distruttiva", Non per niente ne è chiara la discendenza da Nietzsche. Nella sua ventata nichilista ha rosicchiato le certezze di tutte le arti, compresa la letteratura. I valori che più di tutti hanno sofferto la ventata distruttiva del Postmoderno sono stati quelli dell'Illuminismo. La speranza di una società via via più giusta e più evoluta si è dovuta scontrare con la realtà di un progresso che non ha sempre portato i miglioramenti promessi ma che, al contrario, ha agito per vie non del tutto prevedibili, spesso oblique, labirintiche.

Simbolo del Postmoderno è proprio il labirinto, la costruzione, reale o astratta, in cui l'uomo perde la capacità di orientarsi con i suoi sensi, con la ragione. Lì dove la ragione umana si svela misera, incapace della piena comprensione promessa dall'Illuminismo. Non per via di una metafisica astratta e ormai inarrivabile, ma per la semplice impossibilità di cogliere la realtà nella sua mutevolezza.
L'uomo si scopre piccolo di fronte alla relatività delle cose, le leggi fisiche ne mostrano l'insignificanza e la precisa contingenza temporale e spaziale. Le regole che ne hanno tenuto ferme le certezze si scoprono mutevoli.

La biblioteca di Babele di Borges è la perfetta rappresentazione della Postmodernità in letteratura. La Verità con la lettera maiuscola non viene negata, semplicemente è inaccessibile all'uomo, frutto di una mera casualità o di leggi comunque non alla portata della mente umana. 
La narrazione si configura come disvelamento di questa casualità, distruzione delle regole e delle leggi stilistiche della letteratura precedente, gioco sui cliché e sui topoi letterari. Una letteratura che si va a connotare o come negazione della possibilità stessa della narrazione o come gioco su di essa.
Joseph Heller con il suo Comma 22  è uno degli esempi più evidenti della paradossalità della ragione umana e del suo strumento più sviluppato, la lingua; nel suo svelarsi mutevole e ingannevole, il linguaggio viene parodiato e massacrato, sino a sviscerarne la caducità, è ciò che è pazzo non lo è, ciò che è vero non è vero, non in un semplice gioco di sofismi, ma in un superbo affresco che massacra il perbenismo e la manichea contrapposizione della cultura occidentale tra bene e male.
Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino è in Italia uno dei migliori esempi di come l'autore, con spirito ironico e positivo, possa mostrare come nella finzione della narrazione sia la macchinazione artificiale del narratore a dare un senso a ciò che, di suo, senso non ha.
Ancora più evidente ne Il castello dei destini incorciati, dove la narrazione si fa pura ricerca formale, sotto l'influsso di Raymond Queneau e del già citato Borges.
In seguito, nel nostro paese, sarà Umberto Eco con il suo Il nome della rosa a farsi portavoce e tramite del Postmodernismo, cogliendone soprattutto gli aspetti labirintici e di decostruzione delle certezze, ampliando e portando agli estremi gli aspetti di precisione semiologica e formale.

Altrove invece il Postmoderno si caratterizza soprattutto per la sua componente distruttiva e pessimista, legata maggiormente allo scardinamento delle certezze religiose o sociali. È il caso ad esempio della letteratura di José Saramago che con il suo Il Vangelo secondo Gesù Cristo arriva all'estrema negazione della religiosità cristiana ponendosi dallo stesso punto di vista di chi ne dovrebbe essere l'artefice, o con Raymond Carver che negli Stati Uniti pone nella sua ricerca formale della assoluta semplicità della frase e del testo l'unico senso possibile in un contesto sociale ed economico di nicchia e allo sbando, perso fra legami familiari e umani labili o inesistenti. Ma è con David Foster Wallace che nella letteratura americana il Postmodernismo trova il suo apice, in opere come Infinite Jest, Il re pallido o in discorsi in cui emerge chiara la riflessione sul bisogno di verità individuali, come il famoso Questa è l'acqua

In letteratura quindi il Postmodernismo si modella come letteratura del gioco formale, dello svelamento degli arcana della narrazione o come estrema risorsa di fronte ad un mondo che appare come mondo del non senso. Mondo della precarizzazione, dove la funzione dell'intellettuale è ormai distorta, persa fra un impegno sentito quasi come colpa o un disimpegno che somiglia al ritiro e alla resa. Precarizzazione sociale, in un mondo in cui la cultura non è più riconosciuta come un merito, dove l'impossibilità di rapporti stabili pur nell'interconnessione folle della globalizzazione colpisce drammaticamente chi appartiene suo malgrado a quei ceti consumatori che compongono il mare magnum del ceto medio.
Precarizzazione sociale e sentimentale; assenza di senso e scomparsa delle ideologie; estrema ricerca formale e funzione ludica o, al contrario, drammatica distruzione delle certezze fino ad un estremo nichilismo. Queste le tendenze di una corrente culturale che, non senza ragioni, Umberto Eco ha definito una forma contemporanea di Manierismo.

Una corrente culturale che ha tuttavia come suo estremo merito quello di aver costretto l'Occidente ad una svolta paradigmatica, la prima forse dall'Illuminismo, riconoscendo l'inconsistenza di dogmi dati per certi, costringendo al meticciaggio, al confronto, si pensi ad esempio alla presenza nelle letterature europee di scrittori meticci o al forte ruolo avuto negli ultimi decenni da parte degli scrittori ebrei o dichiaratamente omosessuali, sino all'esplosione di una cultura laica anche nei paesi islamici; il Postmodernismo ha inoltre costretto l'Occidente a mettere in discussione due millenni di superstizioni e fobie, si pensi solamente ai progressi fatti sul fronte dell'omofobia e su quello dei diritti civili; una ars destruens quindi che è stata ricca di meriti, oltre che portatrice indubbiamente di germi di crisi sociale, individuale e collettiva

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