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Sulla scuola e la meritocrazia


Allora, per l'ennesima volta mi ritrovo a parlare di scuola, fatto emblematico. Vuol dire che pur con la necessità di profondi cambiamenti, nulla cambia davvero nella scuola pubblica. In primis fra di noi insegnanti.
Spunto per scrivere ancora di questo argomento è l'articolo di Minimaetmoralia che trovate a questo link, illuminante nella sua semplicità e nella sua chiarezza. Non posso non concordare con quanto detto e scritto da Christian Raimo, in particolare sull'incapacità cronica da parte degli insegnanti di capire che molte delle colpe della scuola sono nostre colpe.
In particolare una questione che mi sta a cuore è quella del merito: faccio un esempio, paradossale, per chiarire la questione.

Immaginiamo la scena. Siamo in terza media, l'insegnante interroga durante l'ora di Storia. L'alunno, diligente ma non troppo, viene alla cattedra
Docente: "Pierino, cosa accadde nel 1492?"
Pierino: "La so professore"
D: "Bene Pierino allora rispondi"
P: "No prof. le ho detto che la so, sono in terza media, era programma già fatto gli anni scorsi, si deve fidare"

Ecco, se in classe un docente assistesse a questa scena darebbe di pazzo: e giustamente direi dato che le pretese sarebbero illogiche. Peccato che siano le stesse pretese di noi insegnanti riguardo alla valutazione delle nostre capacità professionali e delle nostre competenze.

Mi spiego meglio. È noto che gli insegnanti italiani, nascondendosi dietro la libertà d'insegnamento, celino in malo modo il desiderio che le loro metodologie e le loro competenze disciplinari non vengano messe in discussione. Si parte dicendo che quelle competenze sono state acquisite con studi ventennali, che si sono frequentati i corsi di specializzazione (spesso, mica sempre), che si frequentano periodici corsi di aggiornamento. C'è poi infine, la più vera e per questo la meno detta fra le giustificazioni: veniamo pagati poco e male per il nostro lavoro, non si pretenda da noi più di quanto valga il nostro stipendio.
È una banalizzazione, sia chiaro: non tutti i colleghi sono così per fortuna.
C'è poi un'altra questione, quella delle graduatorie e dei paventati concorsi. Chi sta in graduatoria ad esaurimento vede in malo modo i concorsi pubblici con cui, in teoria, un neolaureato potrebbe benissimo entrare in ruolo prima di un precario storico. Tuttavia, per come la vedo io, si continua a non centrare la questione, ovvero quella del merito. 
Sia chiaro, sono contrario a che i concorsi siano aperti solo agli abilitati attraverso i possibili TFA o altro: il concorso pubblico deve essere aperto a tutti coloro che possano svolgere quella professione, abilitati in graduatoria ad esaurimento compresi; saranno competenze, conoscenze e abilità a stabilire chi dovrà avere la cattedra. 
Qui arriviamo al secondo punto: non possono e non devono essere criteri discriminanti né l'età o gli anni trascorsi in graduatoria né la residenza. Ci sono colleghi appena laureati bravissimi e altri che si sono parcheggiati nel mondo della scuola perché non sanno cos'altro fare, così come ci sono colleghi dalle carriere ventennali che non si sono mai aggiornati dai tempi della loro laurea e che, se valutati, non dovrebbero più mettere piede in una classe, altro che avere una cattedra tutta loro.
Altra questione, quella della valutazione e dell'aggiornamento: con buona pace di noi tutti insegnanti, come avviene in altri stati, la nostra preparazione non è scontata né intoccabile. Abbiamo lacune clamorose, sia nelle metodologie didattiche che nelle competenze disciplinari. Questo discorso vale ovviamente anche per chi si è abilitato presso i corsi SSIS, tanto benemeriti in linea teorica quanto inutili praticamente. Inoltre è inutile sbandierare l'obbligo di frequenza di corsi di aggiornamento che non vengano poi valutati ed in cui si può biecamente sedere in ultima fila e aspettare che quelle noiosissime ore passino via.
Ribadisco che, così come il corpo docenti deve e può pretendere un adeguamento dei salari agli standard europei, deve anche essere messo in chiaro che l'obbligo all'aggiornamento, didattico e metodologico, e la necessità di essere valutati non sono degli optional, tanto che andrebbe proprio cambiata la modalità dell'assegnazione delle cattedre.
Si passi, anziché a cattedre che possono essere mantenute a vita, a cattedre quinquennali, a cui si possa accedere solo grazie concorsi che abbiano come obiettivo valutare preparazione e metodologie, costringendo insomma gli insegnanti a rimanere aggiornati. Si immagini poi un sistema simile a quello universitario inglese: ovvero l'obbligo di fare ricerca anche per i docenti delle scuole primarie e secondarie, sia durante lo svolgimento delle attività didattiche sia, ad esempio, prevedendo ogni tot di anni un anno di fermo, pagato, con obbligo di ricerca e pubblicazione.
Solo così si potrà pensare di dare una forte scossa ad un sistema che è e vuole rimanere immobile nei pochi pregi che ancora mantiene, costellati da un oceano di soprusi che subisce

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