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Presentazione critica: “Il barone rampante” di Italo Calvino

Presentazione critica: “Il barone rampante” di Italo Calvino:

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare a metà del pomeriggio.





“Per essere pochi metri più su, credete che non sarò raggiunto dai buoni insegnamenti?” È questa la domanda retorica che, fiero della sua intelligenza, Cosimo Piovasco di Rondò rivolge all’autoritario padre dall’alto di un albero dai rami spogli. Cosimo è un ragazzino ambizioso e determinato, avversario di ogni schema e imposizione, tanto ostinato da materializzare la sua ribellione nei confronti di un padre troppo severo in una decisa fuga da casa. Non si tratta, però, di una comune fuga; la sua fuga ha come destinazione una vita nuova, senza pari e precedenti: la vita sugli alberi, fatta di tetti in bilico, di pioggia e di sole, in completa dipendenza dagli umori del cielo. Cosimo sarà, per l’appunto, Il barone rampante e, coerentemente a quanto deciso in quel preciso istante della sua vita, non tornerà più a terra, arriverà ad essere anche un solo metro più in alto degli altri, comunicherà con loro e interagirà con le loro vite, ma i suoi piedi non toccheranno mai più il suolo.




È attraverso la dinamicità di una simile figura, unita alle figure degli altri due romanzi della Trilogia araldica (Il Visconte dimezzato e Il Cavaliere inesistente) che Italo Calvino intraprende il suo percorso mirato a spiegare la realtà mediante l’antico metodo del raccontare una fiaba. Si tratta di momenti estremamente duri dal punto di vista letterario e Calvino si trova ad essere completamente inserito all’interno di queste problematiche, in particolar modo all’interno di un clima difficile non solo per la sopravvivenza della figura del letterato in sé ma della stessa letteratura: ci si chiede quale sia diventato il suo ruolo all’interno della società, quale sia l’ambito preciso di intervento, in cosa debba principalmente operare.




In tutto ciò, partendo da un’iniziale diffidenza verso la situazione storica e politica, Calvino matura presto una forte fiducia nella letteratura e comincia a credere nelle possibilità di una letteratura che fortifichi, che plasmi l’uomo e gli impartisca insegnamenti che qualsiasi altra disciplina non è in grado di fare (come si può leggere nel saggio del 1955, Il midollo del leone). È in questa chiave allora, che si può intravedere nella stessa figura di Cosimo, barone rampante, una metafora della condizione dell’intellettuale: è necessario tenersi a debita distanza dal mondo e guardarlo dall’alto, creandosi così quella condizione ideale per cui tutto diviene più chiaro e si può intervenire sulla società nel ruolo di guida al servizio del bene civile, esattamente come, in modo molto abile, fa Cosimo, quando dall’alto dei suoi alberi sa indicare ai contadini “se il solco che stavano zappando veniva dritto o storto, o se nel campo del vicino erano già maturi i pomodori.”




Perché il Cosimo di Calvino “era un solitario che non sfuggiva la gente. Anzi si sarebbe detto che solo la gente gli stesse a cuore”, la stessa gente che sta a cuore ad un autore che rifiuta ogni letteratura della negazione che si risolve in un nichilismo assoluto. I valori di Calvino sono l’individuo e l’azione, la fiducia nel cambiamento, la formula fondamentale, derivata da Gramsci, del “pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà.”




Così, la stessa scelta di introdurre ambientazioni e personaggi favolistici, non è evasione dalla realtà o volontà di autoinganno e non è neanche la risposta amareggiata di un letterato che non trova più la sua collocazione esatta, ma la volontà di dimostrare come le due essenze combacino e la fiaba, spesso, spieghi la realtà.




Calvino sceglie, per questo suo percorso, un processo immaginativo ben preciso che parte dalla focalizzazione di un’immagine percepita immediatamente come carica di significato, per poi approdare allo sviluppo di una possibile storia, non facendo altro che seguire tutte le simmetrie e le analogie che quell’immagine sviluppa, fino a soffermarsi sull’importanza stessa della parola scritta (l’autore approfondisce questi procedimenti in Prefazione ai nostri antenati e in Lezioni americane).




Ancora prevale la fiducia in una letteratura che, al pari di Cosimo, è contraria ad ogni autoritarismo e dogmatismo, che è legata alla storia ma autonoma dalla politica, che diventa sfida che porta a vivere sugli alberi, lontano dal suolo ma un po’ più vicino al sole. Ecco che Calvino in un’annotazione afferma: “Io credo nell’esistenza di un mondo non scritto e che la letteratura viva nella sfida di questo non scritto con cui deve continuamente misurarsi, cercando di raggiungerlo, di catturalo, in un inseguimento che non avrà mai fine.” Verso qualcosa che difficilmente si troverà, ma che merita comunque di essere inseguito.


Foto in apertura di sdufaux






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