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Presentazione critica: "Il cavaliere inesistente"

Presentazione critica: “Il cavaliere inesistente

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’esercito di Francia. Carlomagno doveva passare in rivista i paladini. Già da più di tre ore erano lì; faceva caldo; era un pomeriggio di prima estate, un po’ coperto, nuvoloso; nelle armature si bolliva come in pentole tenute a fuoco lento. Non è detto che qualcuno in quell’immobile fila di cavalieri già non avesse perso i sensi o non si fosse assopito, ma l’armatura li reggeva impettiti in sella tutti a un modo.


Provai a scrivere altri romanzi neorealistici, su temi della vita popolare di quegli anni, ma non riuscivano bene [...]. Era la musica delle cose che era cambiata: la vita sbandata del periodo partigiano e del dopoguerra s’allontanava nel tempo [...]. Così, in uggia con me stesso e con tutto, mi misi, come per un passatempo privato, a scrivere Il visconte dimezzato [...]

Così scrive lo stesso Italo Calvino nella Postfazione ai Nostri antenati (1960). La Trilogia Araldica nasce dunque dall’esigenza di Calvino di scrivere non quello che l’ambiente culturale e politico s’aspetta dalla sua penna, ma quello che la sua ispirazione, la sua passione, e le sue letture giovanili comandano. D’altro canto, è bene comprendere come la Trilogia Araldica non sia un favolistico passatempo che esula dalla contemporaneità dello scrittore, anzi, l’opera si ricongiunge alla dimensione non solo per certi versi politica, come nel caso delVisconte dimezzato (per prendere i due apici che aprono e chiudono la raccolta), ma anche, nel caso del nostro romanzo, il cavaliere inesistente (1956), all’individuo umano e alla sua situazione coeva.


Dall’uomo primitivo che, essendo tutt’uno con l’universo, poteva esser detto ancora inesisstente perché indifferenziato dalla materia organica, siamo lentamente arrivati all’uomo artificiale che, essendo tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con  nulla, non ha più rapporto (lotta e attraverso la lotta armonia) con ciò che (natura o storia) gli sta intorno, ma solo astrattamente “funziona”.



L’inesistenza e l’esistenza, quello che c’è e quello che non c’è. “Questo nodo di riflessioni”, dice sempreCalvino“s’era andato per me a poco a poco identificando con un’immagine che da tempo mi occupava la mente: un’armatura che cammina e dentro è vuota”. Siamo al tempo di Carlomagno, dei cavalieri erranti, trattati però (e non poteva essere altrimenti) col riso, parodizzati sia nella caratterizzazione fisica e comportamentale, sia nelle vicende e sia da un punto di vista propriamente linguistico-retorico. Ed a cavallo tra la parodia e l’intertestualità, che prende forma nei molteplici rimandi all’Orlando furioso e alla Gerusalemme liberata, la crisi dell’identità si fa evidente da subito nella figura di Agilulfo, il cavaliere che non c’è, perfettamente introdotto dal suo scudo che, con quel suo stemma mise en abyme (per rimanere al più evidente dei significati), giunge ad essere indistinguibile. Dice ancora Calvino:

Agilulfo, il guerriero che non esiste, prese i lineamenti psicologici d’un tipo umano molto diffuso in tutti gli ambienti della nostra società [...] (inesistenza munita di volontà e coscienza). Dalla formula Agilulfo ricavai, con un procedimento di contrapposizione logica, [...] la formula esistenza priva di coscienza, ossia identificazione generale col mondo oggettivo, e feci lo scudiero Gurdulù.



Ma questi due tipi, banalizzo rifacendomi sempre alla postfazione di Calvino, non potevano sviluppare da soli una storia. Quella si sviluppa seguendo le vicende dei personaggi che ancora lottano in bilico tra la condizione dell’esistenza e dell’inesistenza, e dunque il giovane, che si sviluppa, ancora una volta nel Il cavaliere inesistente, con un perfetto gioco di contrapposizioni. Dunque Rambaldo, la morale della pratica, e Torrismondo, la morale dell’assoluto i quali si intrecciando con la figura che per il giovane sicuramente esiste, quella della donna incarnata dalla guerriera Bradamante e dalla fanciulla Sofronia, anch’essi (ancora una volta) due caratteri opposti. Le vicende di questi giovani vengono narrate, da un certo punto in poi, da un narratore esterno, la monaca scrivana, mettendo in luce anche il carattere metaletterario del romanzo e facendo sì che, come diceJean Ricardou, si passi da “la scrittura di un’avventura all’avventura di una scrittura”. E nel il cavaliere inesistentein cui tutti cercano, l’ultima giravolta narrativa (che lascio notare al lettore), con cui la realtà della storia va a congiungersi con la finzione della scrittura, da il giusto sigillo ad uno dei romanzi sicuramente più noti ed amati diItalo Calvino.
Foto in apertura di Hidden side



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