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Sulla Biblioteca di Babele e su Borges


Riprendendo un articolo di Booksblog nelle ultime ore ho ripensato alla Biblioteca di Babele di Borges, in particolare al suo valore letterario e alla sua attualità ancora oggi. Il racconto di Borges, pubblicato nella sua raccolta Finzioni, è forse la suaa opera più famosa. La descrizione di questa infinita biblioteca dove si raccolgono tutti i libri possibili, composti da tutte le possibili combinazioni dei segni dell'alfabeto e di interpunzione, avvolge il lettore in un alone di mistero ma anche lo annichilisce in un profondo senso di impotenza. 
Anche la consapevolezza della presenza, fra i tanti, del libro contenente la verità con a V maiuscola, non rincuora il lettore: la verità, se pur esiste davvero, rimarrà comunque inaccessibile, insondabile per l'uomo comune che si dovesse imbattere nella biblioteca.

Di recente, grazie ai social network, è parsa rinascere una certa discussione su Borges come scrittore: Calvino lo venerava quasi come un maestro, per molti autori del postmodernismo lo fu davvero; le sue idee politiche lo hanno però spesso sottoposto a critiche in parte condivisibili. Ma come autore, anzi, meglio ancora, come scrittore, qual è il valore di Borges? La sua prosa è oggi ancora annoverabile fra le grandi opere dell'ingegno novecentesco?

A dire la verità, se dovessi scegliere fra la prosa di Calvino e quella di Borges, tanto per citare due autori a me molto cari, andrei a occhi chiusi sull'Italiano. Ma la prosa di Calvino è più moderna anche per motivi anagrafici. Eppure nello scrivere di Borges c'è un alone di misterioso che in Calvino manca: nel surreale dell'autore della Biblioteca si nota quel po' di inquietudine che invece Calvino nasconde sotto la patina di una prosa perfetta. Forse in questo sta ancora il valore di Borges: Borges lascia ancora che la perdità di ogni possibilità di raggiungere la verità lo annulli, lo inqueieti; i suoi eredi sublimeranno questa perdita nel gioco con il lettore e nell'arte.
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