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Sul ruolo della letteratura



Fonte: minima e moralia

Sul blog di Giorgio Fontana, un’interessante riflessione sul ruolo che devono (e possono) avere letteratura e scrittura in questo tempo di crisi. 

di Giorgio Fontana

Cosa può fare la letteratura in tempo di crisi? Cosa può, naturalmente, non cosa deve: non credo che la letteratura abbia altro dovere se non quello di raccontare delle buone storie e cercare di colpire il cuore delle cose. Ma la domanda è pressante. Per quanto sia isolata la nostra torre, la realtà bussa con insistenza alla porta, e da un po’ di tempo è sempre più difficile fare finta di nulla.

In un articolo che pubblicai per Ilsole24ore.com, due anni fa la mettevo così: il problema non è soltanto economico o politico, ma innanzitutto relativo all’esistenza: la precarietà è diventata una forma trascendentale e uniforma quasi tutti gli aspetti comuni del vivere.La reazione corretta, argomentavo, non è quella di farsi cronisti della crisi (e dunque raccontare il mio precariato, la mia solitudine, il mio schifo in quanto tali), bensì diventare i suoi poeti: corteggiarla, trarne fuori tutte le possibilità di rinnovamento che contiene. (E chiudevo con un appello augurandomi che nascessero “scrittori all’altezza del compito, che credano ancora nel potere forse non salvifico, ma quantomeno etico, della parola”).

Bene: in un certo senso continuo a pensarla così, ma a due anni di distanza vedo tutto il vuoto che si porta dietro una frase affascinante ma formale come “farsi poeti della crisi”. Dunque mi pongo nuovamente la domanda, sperando di poter dare una risposta più concreta: cosa può la letteratura in tempo di crisi? 

Forse può tentare una strada diversa, poco battuta. In tempi in cui le uniche parole sono state parole di odio, inviti all’egoismo, o anche continuo e radicale incitamento (godete! indignatevi! protestate! fottetevene! firmate! cliccate!), la letteratura potrebbe offrire quantomeno una parola di consolazione. Forse siamo destinati a cadere, ma possiamo cadere insieme e non ognuno per conto proprio.

Attenzione: per consolazione non intendo una forma intrattenimento facile, o una pillola soporifera che ci aiuti a dimenticare o lenire quello che c’è là fuori. Al contrario. La letteratura può offrire una comprensione profonda del nostro disorientamento, e insieme una voce di speranza attiva, qualcosa in grado di suggerire — senza pretendere di definirlo una volta per tutte — che a questo disorientamento c’è fine.

È la consolazione di cui parla Stig Dagerman: “Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà.” E questo, per Dagerman, è “una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita”.

Una ragione di vita. Può la letteratura mostrare questo ideale? Infondere coraggio nel lettore senza arrogarsi altri diritti o finire nel buco del realismo più piatto? La mia risposta è sì, e non credo che il discorso si limiti alle questioni su come raccontare il tempo presente, o l’Italia berlusconiana. La domanda è molto più ampia e include una verifica dei poteri della letteratura di fronte alla crisi — in qualsiasi tempo.

Un esempio in questo senso l’ha portato Marco Mancassola con il suo ultimo libro, Non saremo confusi per sempre: spezzare il tremendo sigillo della realtà e apporvi quello della fiaba, di un nuovo fine — non una conclusione posticcia e irenica, ma molto di più: come le cose sarebbero dovute andare, o anche solo come avremmo dovute rileggerle noi, comprenderle noi, farle nostre e finalmente elaborarle per confrontarci con un nuovo futuro.

Il secondo sguardo e la leva del fantastico hanno qui un doppio potere — ci consolano e ci invitano a una nuova forma di impegno: le storie possono essere diverse da come sono, e la confusione (tutto il carico di dolore, difficoltà, inquietudine; tutte le volte che hai sentito la terra cedere sotto di te) avrà fine.

Ecco, questa potrebbe essere una buona risposta da parte della letteratura. La strada dell’imperativo retorico è senza uscita, quando si narra (e, mi sembra, ormai anche quando si fa politica). Per il lettore, così come per il cittadino e il bimbo, valgono molto di più un buon esempio e una parola carica di umanità. Questo vorrei, dunque — una letteratura che non mi tradisca. In un tempo in cui ogni forma di tradimento è legittimata, che almeno le storie non mi abbandonino.

Questo vorrei. Un canto in grado di dire: non tutto è un ghigno malefico o un orribile e continuo sforzo per difendersi dalla realtà: non tutto va ridotto all’enfasi paratattica e a una lingua incapace di amare: anche in questi tempi, anche in questo inferno un altro mondo possibile esiste, e io te ne faccio dono. Da qui, da questa forma attiva e consapevole di consolazione, si può ricominciare.


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