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Presentazione critica: “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino

Presentazione critica: “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino:

Mio zio disse: – Adesso arrivo lì e li aggiusto io -. Entusiasta e inesperto, non sapeva che ai cannoni ci s’avvicina solo di fianco o dalla parte della culatta. Lui saltò di fronte alla bocca da fuoco, a spada sguainata, e pensava di fare paura a quei due astronomi. Invece gli spararono una cannonata in pieno petto. Medardo di Terralba saltò in aria.




Piena consapevolezza di una realtà ormai spoglia di punti fermi e forte fiducia in un possibile cambiamento diventano i pilastri fondamentali su cui Calvino poggia tutta la sua produzione narrativa. Indispensabile diviene, poi, la presenza del mondo favolistico e delle sua finzioni per inaugurare la scelta di un genere nuovo, apparentemente leggero o più adatto ad un pubblico giovanile ma in realtà portatore di significati estremamente profondi e, ogni volta, terribilmente attuali.




Così nasce un romanzo come Il visconte dimezzato che, unito a Il barone rampante e a Il cavaliere inesistente, sarà pubblicato nel 1960 in un volume dal titolo I nostri antenati, alludendo proprio al fatto che, seppur tutte e tre le vicende narrate siano di impianto fiabesco, perché collocate in un lontano passato, fanno parte della storia dell’uomo contemporaneo e, dunque, hanno nessi e legami con il presente e i suoi problemi.




Il protagonista del primo romanzo della trilogia è Medardo di Terralba, detentore del titolo di visconte che, durante le guerre di fine Cinquecento contro i Turchi, viene colpito da una palla di cannone e diviso in due; le due metà del visconte danno vita a due personaggi autonomi, il Gramo e il Buono, dai nomi che alludono allo stampo caratterizzante le loro vite: il primo compirà sempre il male e sarà riconosciuto da tutti come forte esempio di malvagità, il secondo agirà soltanto sulla linea del bene, tenendo fede ad un animo generoso e benefattore. Chiaramente, la scissione attuata da Calvino riconduce, sulla scia di Stevenson, alla tematica, estremamente ricorrente nella letteratura otto e novecentesca, del doppio, inteso come ambiguità di bene e male compresenti nell’uomo e nella sua natura.




Le varie vicissitudini che caratterizzano la vita dei due personaggi generati dalla scissione del visconte e che convergono, poi, in un intervento chirurgico che permette alle due metà di riunirsi, sono anche, però, indice di una diversa inclinazione che, attraverso la scrittura calviniana, acquista il tema del doppio: soltanto attraverso la divisione e la separazione delle componenti umane, l’uomo può imparare a conoscersi meglio e, una volta ricompostosi, trarre beneficio dalle esperienze di vita dell’una e dell’altra parte.




Calvino chiarisce ai suoi lettori come l’idea cardine dei romanzi della Trilogia araldica abbia sempre il suo punto di partenza in un’immagine ben chiara che si fa strada nella mente e prende poi ad essere elaborata mediante le parole. Qui l’immagine è quella dell’uomo moderno che si sente mancante, incompleto e perciò nessuna rappresentazione visiva sarebbe migliore di quella di un uomo, anche materialmente, diviso in due. Come lo stesso Calvino afferma durante un’intervista con gli studenti di Pesaro del 1983: «avevo questa immagine di un uomo tagliato in due, ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra».




È chiara l’intenzione dell’autore, allora, di dare voce a quella scissione interiore che è un po’ caratteristica dell’individuo comune ma, in particolare, della figura del letterato e dello scrittore che non conosce più bene quale sia il suo ruolo principale all’interno della società. Si fanno strada in Calvino la consapevolezza di dover combattere con un mondo ambiguo e sfuggente e la fiducia nelle forze intellettuali dell’uomo che può ancora costruire un vivere sociale migliore. Per questo, non esiste tecnica di comunicazione migliore della fiaba, la quale racchiude in sé un ampio margine di realtà: «le fiabe sono vere», scrive l’autore, possono rappresentare una «spiegazione generale della vita», non sono evasione, non sono chiusura o fuga dalla realtà.




Calvino, in questa fase della sua produzione, difende ampiamente la convinzione secondo la quale i significati rivestano un ruolo importantissimo nel racconto e debbano cogliere il lettore in modo diretto e schietto, senza mezzi termini; è così che la sua fiducia nella letteratura si traduce anche in strutture narrative molto nitide, prive di retorica, essenziali e scelgano un narratore che non sia mai onnisciente ma rivesta il punto di vista di un singolo personaggio, restando spesso marginale (in questo caso l’intera vicenda è raccontata dal nipote del visconte). Il fine del romanzo è l’attrazione di un lettore che deve sentirsi interamente coinvolto e ciò diventa possibile solo attraverso una buona dose di divertimento, come se si decidesse di ricambiare l’attenzione dedicata dal lettore al proprio racconto con una sorta di gratificazione. Un divertire inteso come funzione sociale, perché «io penso che il divertimento sia una cosa seria», diceva Calvino.

Foto in apertura di loumurphy






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