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Piano Marshall! Sviluppi della scrittura e figure del mutamento

Piano Marshall! Sviluppi della scrittura e figure del mutamento:


Proposta per un catalogo di fenomeni che comprenda l’emoticon, il tormentone, la scrittura-orale e le esposizioni in PowerPoint. Bartezzaghi ci propone una rilettura di Marshall McLuhan nell’anno che celebra il centenario della sua nascita. Pezzo pubblicato all’interno di «Link Mono – Marshall McLuhan 1911-2011». L’evoluzione del linguaggio e la nascita di una scrittura ibridata con l’oralità: dove il rabdomante McL aveva presentito la falda acquifera è giunta un’alluvione.

di Stefano Bartegazzi

Il file su cui sto incominciando a scrivere questo pezzo è sovrapposto ad altri due file. Almeno così pare a me, nell’illusione che il desktop verticale del computer sia davvero analogo a quello orizzontale della scrivania. Uno dei file sottostanti contiene alcune citazioni che avevo tratto tempo fa da McLuhan (Understanding Media e La sposa meccanica, soprattutto), perché mi sembrava probabile che mi avrebbero fatto comodo in futuro; l’altro è un indice di alcuni miei scritti, destinati in maggior parte a giornali quotidiani, in cui ho poi effettivamente menzionato McLuhan. Il risultato è deludente su entrambi i fronti. Ho annotato molte meno frasi di McLuhan e ho menzionato McLuhan molto meno di quanto pensassi o ricordassi.

Ho parlato di McLuhan a proposito di massaggi, di “libroidi”, di Grande fratello, di Gertrude Stein, di Pubblicità progresso. Poco altro.

Sono anche rimaste inerti nel mio desolato database citazioni che pure continuo a trovare vivaci e robuste, come: “Non è forse evidente che non appena la sequenza lascia il posto alla simultaneità si entra nel mondo della struttura e della configurazione?” (mi piacciono l’uso lieve della preterizione e l’uso sfacciato dell’aggettivo “evidente”). O come: “Douglass Cater racconta come gli uomini degli uffici stampa di Washington si divertissero a completare o a riempire il vuoto della personalità di Calvin Coolidge. Essendo egli così simile a un disegno al tratto, sentivano la necessità di completarne l’immagine per lui e per il suo pubblico” (Coolidge è stato presidente negli anni del boom del cruciverba, 1923-29, mi incuriosiva l’allusione a un altro gioco da pagina enigmistica, del genere: “Completate la figura proseguendo a vostro piacere i tratti già presenti nella vignetta”). O come: “La calza di seta a rete è molto più sensuale del nylon, perché l’occhio deve cooperare a riempire e a completare l’immagine, esattamente come nel mosaico dell’immagine televisiva”. Questa era in una schedina che avevo intitolato, con umorismo da idiot savant, “Esempi calzanti”.



DAL MESSAGGIO AL MASSAGGIO

Proprio a proposito di esempi calzanti, quello del massaggio lo è a proposito di quanto più a fondo si possa andare usando metodi vagamente mcluhaniani, o traendo da McLuhan quelle che un tenace tormentone nomina come “suggestioni”.

Nella fase uno, o del pieno McLuhan, lo studioso canadese afferma: “Il medium è il messaggio”. Sconcerto e scandalo. Nella fase due, o del meta-McLuhan, lo studioso canadese si appropria di un lapsus o di un motto di spirito (ma le due cose giungono a coincidere, nell’entropia della semiosfera), e afferma: “il medium è il massaggio”. Nuovo sconcerto e scandalo. Nella terza fase, o del post-McLuhan, a Marshall morto non suscitano più né scandalo né sconcerto il convergere materiale e fattuale dei componenti di quei fantasiosi aforismi. Mentre un cristiano non vedrà un cammello (o, con maggiore aderenza all’originale, un robusto canapo) passare per la cruna di un ago, un mcluhaniano in vacanza, nei primi anni del terzo millennio, avrà sentito aggirarsi per la popolosa spiaggia persone di provenienza asiatica che sussurrano qualcosa a chi è disteso al sole. Per un difetto di pronuncia pare che dicano “messaggio”, ma in realtà quello che offrono è un “massaggio”.

L’errore, le due parolette magiche “messaggio”/“massaggio”, ma anche l’immigrazione dall’Asia, l’abbronzatura, il culto del corpo, l’organizzazione dei servizi negli stabilimenti balneari, cosa potrebbe essere escluso, oggi, dallo sguardo di McLuhan? Dall’uomo-massa al masseur, dal massmediologo al massoterapeuta, siamo tutti sul lettino a “rilassarci”. L’anima stessa ne uscirà rinfrancata, prima di ritornare ad abitare il suo ben manipolato corpo terreno. E se già ieri il medium era il massaggio, oggi forse il massaggiatore è un medium.

E a proposito del massaggio, c’è poi la funzione vibrazione dei telefonini che rende letterale l’equivalenza-refuso tra messaggio e massaggio. Il messaggio sms arriva e fa vibrare il telefonino, e se lo stiamo tenendo in tasca ce ne accorgeremo per via tattile. Già in un suo racconto degli anni Novanta, Vibravoll, Aldo Nove aveva intuito le potenzialità pornografiche della tecnologia, allora appena inaugurata, della vibrazione nei telefoni portatili: lo dico per ricordarci che nella Galassia Gutenberg oramai il sistema solare del porno non può più essere trascurato, data la sua rilevanza nella stessa formazione dell’immaginario sessuale negli adolescenti. Del resto, l’orizzonte degli argomenti possibili non ha fatto che estendersi.

Forse è addirittura ozioso chiedersi cosa direbbe oggi McLuhan di fronte all’universo esploso, o forse imploso, del “mediatico”. A partire già dalla curiosa parola che in italiano ha esautorato il termine proprio e non marcato: mediale (che si usa solo nei composti, multimediale o cross-mediale). Mediatico aggiunge un’idea di “potere”, come se derivasse da un fantastico sostantivo mediazia.


UN PEZZO DI CARNE LANCIATO AL CANE

Mi chiedo se non sia proprio dovuto a questa esplosione il fatto che McLuhan venga citato non così spesso (comunque, più di pochi anni fa: sta tornando?). Si dà abbastanza per scontato, cioè, che un certo eclettismo metodologico, un certo gusto per l’invenzione degli strumenti e la fantasia della loro denominazione, un’attenzione all’aspetto materiale e sensoriale del messaggio sia l’atteggiamento euristico più promettente nei confronti di una realtà che, se appariva rutilante già a lui, ora registra novità tecnologiche, commerciali e semiotiche ogni giorno, si può dire ogni minuto.

Per aver la fama di autore oscuro, McLuhan riusciva a parlare chiarissimo. Per esempio, aveva ricavato uno spunto decisivo da un saggio di T.S. Eliot (uno dei suoi autori di culto, assieme a James Joyce, a Lewis Carroll, a Ezra Pound e a Edgar Allan Poe). Eliot aveva detto che il poeta si serve del significato come un ladro si serve del pezzo di carne che lancia al cane per distrarlo mentre la casa viene svaligiata. Secondo McLuhan i media fanno lo stesso con il contenuto. Pensare che i media trasmettano innanzitutto messaggi è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani.

Un paradosso, certo: ma non è tanto facile parlare di espressione e contenuto senza incorrere in paradossi. Non sarà proprio un caso che la passione per i paradossi, i motti di spirito, i salti logici, accompagnata dall’invito a guardare più il dito che la luna, accomuni McLuhan a un altro grande irregolare del pensiero e della saggistica del secondo Novecento, Jacques Lacan (che appunto rileggeva Sigmund Freud dando un’importanza decisiva al significante).

Come è noto, McLuhan aveva completato una vita di affermazioni paradossali e di umoristica sophisticated comedy nel suo flirt con i mass-media, con il cameo in Annie Hall (tradotto come Io e Annie) di Woody Allen. Nella scena il protagonista è ossessionato da un professore della Columbia che sta dietro di lui nella fila per il cinema, e arringa una ragazza con un milione di bubbole massmediologiche. Allora Allen immagina di poter far comparire Marshall McLuhan in persona che confuta le tesi del chiacchierone. McLuhan accettò di comparire personalmente nel film, e coniò una battuta paradossale per zittire il suo interlocutore: “You mean my whole fallacy is wrong?”. La traduzione italiana (“Vuol dire che la mia utopia è utopica?”) è molto meno sottile: la battuta originale ci dice che McLuhan poteva accettare il torto delle sue ragioni, probabilmente perché sentiva le ragioni del suo torto. E accettava di incarnare lui stesso un paradosso.

Tanto i media non fanno altro che ribaltare, rovesciare, invertire di segno: ogni paradosso ha il suo quarto d’ora di funzionalità letterale. Che il medium sia il messaggio, per esempio, non stupisce più nessuno che non desideri specificamente esserne stupito. Nella foto di un vip sulla pagina di un rotocalco non sarebbe tanto facile distinguere il canale e il messaggio, secondo la vecchia terminologia; “prodotto” è il nome sia dell’articolo pubblicizzato, sia del programma televisivo all’interno del quale viene pubblicizzato, sia dello spot pubblicitario.


OLTRE GUTENBERG

La gabbia tipografica di Gutenberg è stata spalancata dalle tecnologie di ciò che è stato chiamato “libroide”, o anche “librido”: dalla trasportabilità alla semplificazione distributiva, dalle possibilità multimediali, crossmediali sino alla personalizzazione completa della propria copia. Qualcosa di analogo e forse, in linea di principio, anche qualcosa di più profondo è accaduto nel campo degli audiovisivi. Immagino che un mcluhaniano odierno dovrebbe passare parte del suo tempo ad analizzare il modo in cui viene sfruttata la potenziale duttilità di immagini e parole: gli effetti video, il photoshop, l’invenzione linguistica, la campionatura musicale, l’animazione, l’iconismo linguistico. Nulla pare rimanere se stesso a lungo. A più di un secolo dallo sviluppo della fotografia e dal cubismo, l’alta definizione, il 3D e le diverse tecnologie dell’informazione hanno aggiunto la dimensione della profondità e la dimensione temporale fra quelle facilmente disponibili e riproducibili dai media.

Sviluppo tecnologico di ogni singolo mezzo; integrazione dei diversi mezzi; personalizzazione del discorso mediale (attraverso montaggio, rielaborazione, costruzione del palinsesto); comunicazione telematica a rete tra gli individui. I quattro fenomeni fondamentali che hanno interessato gli anni che McLuhan non ha vissuto rendono ardue soprattutto quelle funzioni di divulgazione e formazione che tanto lo affascinavano negli anni Cinquanta. È ancora possibile un progetto di divulgazione enciclopedica o si scontrerebbe con la propensione all’oblio, da un lato, e con la memoria socializzata e ingovernabile di Wikipedia, dall’altro?

Per divulgazione, oggi, è difficile intendere un piano di disseminazione uniforme di nozioni necessarie o almeno utili a ogni cittadino della classe media. A essere divulgate sono le notizie, soprattutto nella forma pratica del take d’agenzia, sintetizzabile in un titolo, una schermata di videofonino, un sottopancia televisivo, un titolo scorrevole su display pubblico (come a Times Square), uno strillo sulla copertina di un rotocalco. La metrica di questi lanci rispetta il solo criterio della loro visibilità in un solo colpo d’occhio. La divulgazione orale riguarda invece il gossip o l’indiscrezione, ovvero l’aneddoto nella modalità – più o meno giustificata – del segreto.

I generi che si alternano nei rulli continui dei canali all news sono stati codificati recentemente dallo scrittore Don DeLillo: news, sport, traffico, meteo. Il loro formato è standard, con moduli espressivi e grafici già predisposti anche per le emergenze: neppure le breaking news producono uno squarcio completamente imprevisto. Per prendere davvero di sorpresa un network informativo sembra che l’unica possibilità sia un incidente che accada direttamente al loro hardware: dalla caduta di un collegamento sino al sisma che avviene negli studi, collegati in diretta tv. Il proverbio “Quel che non ammazza, ingrassa”, nel caso dei mass media, è vero nel suo senso letterale.

Proprio l’andamento bulimico e continuamente variato dello sviluppo comunicativo contemporaneo dovrebbe rendere un redivivo McLuhan più prudente e meno ottimista non soltanto sulle sorti della divulgazione culturale, ma anche sulla possibilità di creare schemi e periodizzazioni in cui racchiudere la complessità di tale sviluppo. In passato gli è stato possibile individuare le tre invenzioni fondamentali: l’invenzione dell’alfabeto fonetico (fuoriuscita dall’ambiente primitivo), l’invenzione della stampa a caratteri mobili (Galassia Gutenberg), invenzione del telegrafo (comparsa dell’uomo elettrico). Quanti altri periodi si sono poi succeduti, dal telegrafo all’iPad?

Lo stesso modello teorico esplicativo, si direbbe, deve entrare nel flusso di mutamento continuo che riguarda il suo oggetto, anche perché lo stesso formato sensoriale delle diverse informazioni cambia in continuazione. L’ideale sarebbe disporre un catalogo di fenomeni, anche minuti. L’“emoticon”, sintesi di scrittura-figura, analogico-convenzionale, interpunzione-rebus. Il “tormentone”, con la sua comunicazione vuota, puramente fàtica e sincategorematica anche quando è in principio fornito di senso. Il “jingle”, variante musicale del tormentone, che può essere variato in modo comico, canzonatorio, infantilmente nonsense, o sparire nella dimensione inavvertita dello sfondo sonoro. La nascita di un nuovo “stile scritto-orale” dominante, in cui ogni procedimento di scrittura a disposizione si piega a una logica neo-espressiva, che pretende di restituire toni di voce, punti d’enfasi, persino gesti. Le “esposizioni” in PowerPoint, con la loro inventio, dispositio, elocutio e memoria già messe a disposizione dell’utente, che deve provvedere la sola actio (o recitatio).

Marshall McLuhan aveva cominciato già con l’epos giornalistico della Sposa meccanica a elencare e giustapporre tali fenomeni, in una sorta di blob ante (e meta-) litteram. Ma nel posto in cui il rabdomante aveva presentito la falda acquifera ora è giunta un’alluvione, che ha mescolato tutto e ha ridisegnato il panorama. Di più: nel campo mediale pare che la nozione stessa di panorama non possa più essere considerata stabile. Nulla ha un profilo fisso, nessuna linea di tendenza procede in modo univoco: né nello sviluppo tecnologico, né nella logica della gestione imprenditoriale e politica, né nell’ideazione e produzione dei contenuti.

Forse occorrerebbe fare ancora un passo indietro: dal livello del singolo medium o dell’exemplum rappresentativo di una modalità espressiva, arretrare alla ricerca delle maggiori (maggiori per imponenza o per pervasività) figure generative che ricorrono nei consumi culturali e informativi di massa. Tali figure, mi pare di poter dire, compongono una sintassi del mutamento: sono la frammentazione, l’accelerazione, la disseminazione, il mascheramento, la giustapposizione, la variazione, il rovesciamento, la traduzione intersemiotica, il riversamento. Parole, immagini, affermazioni, frammenti, azioni, brand: tutto cambia natura, tutto passa da un mezzo all’altro, lungo la sua vita mediale tutto deve rendersi disponibile a essere frammentato, accelerato, disseminato, mascherato, giustapposto, variato, rovesciato, ritradotto, riversato… Che si parli di marchi, di trasmissioni televisive, di applicazioni, di partiti e movimenti politici, di videogame o di vip, il funzionamento produttivo e distributivo di ogni corpuscolo, di ogni onda della galassia mediale sembra dipendere dal suo individuale adattamento a tali mutevoli figure del mutamento.
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