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La narrativa dell’umiliazione

La narrativa dell’umiliazione:


In questo articolo, pubblicato sul «Sole 24 Ore», Giorgio Vasta si interroga sul sentimento dell’umiliazione come possibile impulso di alcune narrazioni italiane più recenti.

di Giorgio Vasta

Il clipper scorre sul ventre, sui fianchi e sul dorso, sul collo e sul trapezio della testa, e a ogni movimento segue lo scollarsi leggero di un nastro di vello che cade mescolandosi al piccolo caos lanoso in cui sono immersi i piedi del pastore. Le zampe della pecora non sono legate e dunque la remissività dell’animale – o una specie di sua fiducia inerte – colpisce ancora di più: nessuno scalciare, nessun divincolarsi, semmai un’accettazione sommessa.

Quella che precede è la descrizione di un brano (visibile su YouTube) di Phantom Limb di Jay Rosenblatt. Nel suo cortometraggio il cineasta americano racconta il lutto; per rendere il disagio che si prova davanti alle domande degli estranei monta le immagini rallentate della tosatura su Silentium di Arvo Pärt.

In Isaia 53,7 si legge: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.”

L’umiliazione è un denudamento, un sentimento di sottrazione, qualcosa che ha a che fare con il ridurre e con il disperdere. Come gli Adamo ed Eva in fuga di Masaccio – Eva che copre seno e pube, Adamo che nasconde il volto tra le mani (forse celando dietro la coltre delle dita un’insopprimibile risata) – nell’umiliazione sentiamo di colpo la nostra strutturale vulnerabilità.

A questo punto proviamo a collaudare un’ipotesi: è possibile che alcune tra le narrazioni letterarie italiane più recenti traggano movente e combustibile dal sentimento dell’umiliazione?

Se per umiliazione intendiamo la percezione drastica e irreversibile (nuda, appunto, da naked lunch) dello stato in cui almeno due generazioni vivono da tempo, la risposta sembrerebbe positiva. Un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo.

Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata.



Conficcati in questo scenario, cosa accade ai narratori?

A rileggere Isaia ci si rende conto che il denudamento non è privo di conseguenze: “Si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca”. Il denudamento genera ammutolimento. La bocca non si apre, la voce non compare. L’umiliazione determina un’interdizione del racconto. Voler comunque raccontare non può non tenere conto di questo vincolo riconoscendo di trovarsi dentro una contraddizione in termini.

Perché se l’umiliazione è un sentimento che nasce da un contesto preciso (da una ragione sociale, per esempio), nell’esprimersi riduce però questo contesto al minimo o lo espelle tout court: le cause che hanno determinato l’umiliazione si dissolvono, resta soltanto il senso di un dolore originario.

Laddove l’umiliazione disgrega il mondo, le narrazioni che vogliono raccontarla si incaricano di ricostruirlo, di ricontestualizzare, di ripristinare l’esistenza di una storia. Dovendo inventare una forma hanno bisogno di restituire pelle allo scheletro (lana alla cute), struttura al nucleo, ogni narrazione in un modo diverso, proteggendo questo nucleo con un differente spessore epidermico. Provando a dire l’indicibile, cercando di dare parole a ciò che rende muti.

Tra i romanzi pubblicati nell’ultimo anno e mezzo ce ne sono quattro tramite cui è possibile esplorare i diversi modi in cui umiliazione e narrazione stabiliscono un legame.

In Dove eravate tutti (Feltrinelli) Paolo Di Paolo dà forma a un testo che sembra funzionare come la ghiera della messa a fuoco di una macchina fotografica manuale. Ogni pagina, ogni episodio, è parte del tentativo di muovere da una visione opaca a una più chiara costringendo il tempo a un nitore insostenibile, tanto che la consapevolezza che la propria origine coincida con la mortificazione italiana risulta scardinante. Di Paolo sceglie di affrontare l’umiliazione sociale del suo Italo Tramontana con uno stupore calmo, con una lingua mite e assorta che fa di questa attitudine sguardo e strategia, persino epistemologia.

Proseguendo a ritroso, Lettera di dimissioni (Einaudi) di Valeria Parrella ha la capacità di risvegliare un tempo, gli anni Novanta, e di coglierne il sedimento più sconvolgente. Il tutto senza autoironia e senza vittimismo: anzi Clelia, la protagonista, è inequivocabilmente responsabile delle sue scelte e della sua specifica pratica di potere. Accetta, e per certi versi gode, la soddisfazione che discende non dalla capacità artistica ma da quella amministrativa (ed è probabile che essere diventati buoni amministratori di carriere abbia nuovamente a che fare con l’addomesticamento dell’umiliazione, con la sua derealizzazione: “Qui non era reale, il dolore: era etereo, per questo pareva un racconto di fantascienza piuttosto che una pagina di storia”).

In Gli intervistatori (Ponte alle Grazie) di Fabio Viola l’umiliazione è invece elevata a strumento pedagogico. Una domanda dopo l’altra gli italiani vengono scoperchiati e abrasi, costretti a rivelarsi in una miseria che appare normale, costitutiva, l’endoscheletro sul quale si reggono le loro biografie (come il Dürrenmatt di La panne aveva già spietatamente chiarito, nell’umano vive una miseria naturale). L’accanimento degli intervistatori fa dell’umiliazione programma, colpa e rimedio, l’unica sostanza davvero reale e condivisa. Leggendo si oscilla tra un senso di disagio antropologico e il desiderio che arrivi una domanda che non prevedendo risposta serva da colpo di grazia.

Infine in La battuta perfetta (minimum fax) Carlo D’Amicis reinventa il Gwynplaine di Hugo. Come il personaggio di L’uomo che ride anche Canio Spinato, protagonista e voce narrante del romanzo, è condannato a un ghigno strutturale, una specie di rictus obbligato che nel deformargli le labbra in un sorriso eterno (un altro Adamo a cui scappa da ridere) rende ambigua la sostanza tragica del suo discorso, il racconto di quanto è stato semplice attraversare nell’umiliazione alcuni decenni di vita italiana fino a ritrovarsi di fronte a una nudità inaspettata eppure del tutto logica (e attuale): “Nudo come solo un re nudo può essere, si avvicina alla finestra e allarga le braccia per comprendere in un’unica richiesta di perdono la camera di Nora, il quartiere Fleming, la città di Roma, e poi ancora, a macchia d’olio, l’Italia intera.”

Dire l’umiliazione è un’azione che si consegna a un destino asintotico. A valere è il tentativo, la sua tensione, perché nel provare a nominare il dolore più insopportabile, a percepire il tempo nella sua nudità, generiamo una materia – la scrittura, il linguaggio – che ricopre. Si deve procedere nell’antinomia: raccogliere la lana e ritessere un contesto, vestire la nudità non per mascherarla ma cercando le parole esatte che della vulnerabilità restituiscano la lesione.
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