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Un dibattito vecchio di qualche millennio - il ruolo dell'intellettuale fra La Lettura e Nazione Indiana

Toh guarda, l'Italia si scopre (riscopre) improvvisamente fervida di vigore intellettuale. O magari è solo un augurio, per carità.
Ma procediamo con ordine.
Domenica 13 Novembre 2011, su Il corriere della sera esordisce il nuovo (vecchio) allegato culturale, La lettura. Bella iniziativa, ben confezionata, ricca di spunti interessanti e dotte dissertazioni. Fra gli altri articoli, colpisce subito l'articolo di Francesco Piccolo che qui riporterò per comodità

Se l'autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi
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Qualche anno fa Antonio Scurati, in diretta televisiva, disse a Bruno Vespa che se il protagonista di un suo romanzo fosse stato lì, con la sua pistola, avrebbe scelto di sparare senz’altro al conduttore. In seguito, Scurati è stato indicato per anni scrittore di valore non soltanto per i libri di qualità che andava scrivendo, ma anche per quell’atto. E ci ha messo tempo per liberarsene. Noi scrittori veniamo giudicati, o — peggio — consideriamo noi stessi, più bravi o meno bravi, non tanto sulla base di un libro bello o mal riuscito, ma dalla quantità di esposizione del nostro impegno civile. Ci sembra di essere bravi se scriviamo editoriali sarcastici contro i politici del momento, se firmiamo appelli in favore della Costituzione, se accorriamo al Teatro Valle occupato. Sia chiaro: nulla da dire su chi sente la necessità di andare in strada a protestare. Anche se tra coloro che poi devono ragionare sui giornali, mettere un po’ di distanza tra sé e i fatti, sarebbe più sensato. Ma il problema più serio è che, scendendo in piazza, formulando invettive sarcastiche, firmando innumerevoli appelli civili ed etici, noi scrittori veniamo considerati (e ci consideriamo), per questo, degli scrittori di maggior valore. Anzi, direi di più. Man mano che passano gli anni, alcuni di noi sostituiscono la furia creativa con una furia civile. Quanta meno energia creativa fluisce nel sangue, tanta più passione civile ci possiede. Ecco, non vorrei che accadesse addirittura questo: che quando la capacità di scrivere dei bei libri affievolisce, possiamo credere di sostituirla con editoriali accesi di indignazione. Perché, pur essendo un diritto, non è il compito. L’unico compito che hanno gli scrittori è quello di scrivere, o almeno cercare di scrivere, dei libri che prima loro stessi e poi gli altri giudichino — cercando di dirlo nel modo più elementare e ingenuo possibile — belli. Valga un esempio per tutti, di uno scrittore che ho molto amato quando ero ragazzo: Antonio Tabucchi. Sono molti anni che non scrive libri significativi come i suoi primi, e sono proprio gli anni in cui la militanza civile ha preso il sopravvento. Quelli che oggi lo conoscono e non lo hanno letto venti anni fa, credono che sia soprattutto un punto di riferimento dell’antiberlusconismo. Il problema è proprio questo: la patente di antiberlusconiani si prende troppo facilmente, e infatti ce l’hanno centinaia di scrittori. In questi anni, quando si parla di letteratura e impegno, si può individuare facilmente un altro involontario colpevole: Roberto Saviano. Il quale, però, ha fatto un percorso inverso: il suo impegno civile scaturisce direttamente da ciò che ha scritto; e le due cose stanno insieme in modo naturale. La presenza così viva di Saviano come polo positivo e di Berlusconi come polo negativo, ha messo in circolo una energia decuplicata, quasi una moda dell’impegno, anche in coloro che non hanno nel dna “Gomorra” o “Petrolio”, ma scrivono romanzi d’amore o d’avventure. Il che, lo ripeto, è legittimo. Basta però che non si scrivano dei romanzi d’amore mediocri, e in seguito si cerchi la salvezza in un bell’editoriale pieno di passione civile. Credendo di essere riusciti a pareggiare i conti.
di Francesco Piccolo
L'articolo di Piccolo, così com'è lascia molto spazio alla polemica. A pensare bene si tratta di una provocazione intellettuale, a pensar male la frecciata di un intellettuale verso colleghi (più fortunati?)
Del resto le risposte non si sono fatte attendere, una su tutte, quella comparsa su Nazione indiana di Francesco Forlani

L’indivia degli scrittori – note sul nuovo supplemento letterario del Corriere



di
Francesco Forlani
Per conoscere un paese a fondo bisogna passare non giorni, mesi, ma anni nelle sue cucine, immergere la lingua nei suoi piatti, consumare le suole nei mercati rionali e condividere, con i quartieri, i generi elementari della vita, esposti come gioielli sulle bancarelle. Succede addirittura che si scoprano parole e sapori che non si conoscevano, ma solo per ammanco di cultura culinaria familiare, e così fu per me la scoperta del Poireau e dell’Endive. Ah l’indivia, Chicon, la chiamano in Belgio, e da una sua derivata vien fuori la scarola -ah la pizza di scarole!! – e la cicoria da caffé. Il caffé di cicoria è un surrogato del vero caffé, che magari può piacere, per carità, ma resta pur sempre un surrogato. Pare che lo abbia “prescritto” Napoleone per far resistere i francesi all’embargo subito tra il 1806 e il 1813. Per i nostri genitori era sinonimo di guerra, ovvero di mancanza di derrate alimentari. Diciamo che per i più il caffé di cicoria è una ciofeca. Ora, e qui arrivo al punto, se leggo un articolo- ciofeca di un noto scrittore perché generalmente leggo e passo? Perché, seppure tentato di dire, ehi “chicons” ma questa non è critica tutt’al più surrogato di critica, argomentando, mostrando, obbligandomi perfino ad assaporare quella brodazza, salvo poi regalarmi un abbonamento al caffè Mexico di Piazza Garibaldi, mi viene la wallera al pensiero, certezza che immediatamente dopo mi si risponderà che è tutta indivia, pardon invidia, la mia. Mo però, basta.

Per chi si fosse trovato fra le mani l’inserto del Corriere la Lettura avrà certamente letto due articoli che pur dandosi dignità, nell’impaginazione e presentazione, di certe imprescindibili confezioni dai nomi esotici e brillanti, Arpeggio, Livanto, Volluto, Indriya, Rosabaya, Dulsão, Fortissio Lungo, Vivalto (il tipo che si è inventato i nomi delle spaziali capsule della Nespresso è un genio!) dalle prime battute presentavano le note dolenti di una disfatta assoluta del palato.
Tralascio l’orribile articolo Abusi letterari sull’infanzia di Alessandro Piperno, articolo da proibire ai minori di 21 anni per il sequel di banalità ivi contenute e mi dedicherò a quello di Francesco Piccolo, se l’autore militante scrive invettive invece di buoni romanzi. 
In sintesi,ovvero in mono dose, lo scrittore Francesco Piccolo raccomanda agli scrittori di non dedicare le proprie energie ad altro che ai propri romanzi ( ci parla dell’impegno politico, ma avrebbe potuto anche dire il disimpegno che pure richiede molte energie, per non parlare dello sport o del sesso, o delle publics relations) perché il rischio è quello di non scrivere libri di qualità.
Bene. La tesi, debole, non aggiunge nulla a quanto già sappiamo e soprattutto non mi sembra mettere in discussione la sua tesi contraria secondo cui non è la quantità di tempo che si dedica a un’opera ma più sicuramente la qualità di quel tempo, come il compagno di scuderia Antonio Sparzani ha proprio da queste pagine, relativamente, in passato mostrato.
Il ragionamento dello scrittore Francesco Piccolo, fa acqua da tutte le parti, il che per un caffé, di cicoria o caffé che si dica, non è proprio il massimo. Tralascio il subdolo attacco a Scurati che apre l’articolo e mi soffermo sulla prima tesi dell’infinitamente piccolo, scrittore.
Leggiamo, infatti.
Ci sembra di essere bravi se scriviamo editoriali sarcastici contro i politici del momento, se firmiamo appelli in favore della Costituzione, se accorriamo al Teatro Valle occupato. Sia chiaro: nulla da dire su chi sente la necessità di andare in strada a protestare. Anche se tra coloro che poi devono ragionare sui giornali, mettere un po’ di distanza tra sé e i fatti, sarebbe più sensato. (…)il problema più serio è che, scendendo in piazza, formulando invettive sarcastiche, firmando innumerevoli appelli civili ed etici, noi scrittori veniamo considerati (e ci consideriamo), per questo, degli scrittori di maggior valore.
Di chi parla? A chi, mi sembra chiaro che si stia rivolgendo agli scrittori per esempio del TQ, impegnati da qualche mese in certe sacrosante lotte, da quella sull’editoria, ai tagli alle biblioteche, dal Teatro Valle occupato agli spazi pubblici. Quello che sinceramente faccio fatica a immaginare è un Lagioia o un Raimo, un Cortellessa o un Inglese, convinto che l’azione politica migliorerà la propria produzione letteraria o poetica. Apprendiamo altresì che gli scrittori siano coloro che devono “ragionare sui giornali”, in una visione della letteratura, da ragioneria delle parole che di certo farebbe rabbrividire molti romanzieri. Io, per esempio, Milan Kundera non l’ho mai visto ragionare su un giornale.
L’affondo però, nel significato Titanico di inabissamento è quando dice agli scrittori:
L’unico compito che hanno gli scrittori è quello di scrivere, o almeno cercare di scrivere, dei libri che prima loro stessi e poi gli altri giudichino — cercando di dirlo nel modo più elementare e ingenuo possibile — belli.
Ripeto, belli. Non necessari, imprescindibili, fondamentali, insomma narrazioni che abbiano un senso, la capacità di costruire mondi, di rivoluzionare linguaggi, di creare una propria “assoluta” verità. Che il Piccolo non abbia alcuna nozione dell’arte del romanzo, questo lo sapevo già, ma che non avesse in tutti questi anni nemmeno per un attimo immaginato che “la bellezza” in un’opera è l’effetto e non la causa di una costruzione di una storia, questo francamente non me lo aspettavo proprio.
Quando poi ho letto sul finale l’argomento chiave di questa argutissima e imprescindibile riflessione, mi sono detto ecco, a questo punto chiunque si renderà conto dell’attitudine truffaldina e un po’ furbetta del nostro. O no?
Valga un esempio per tutti, di uno scrittore che ho molto amato quando ero ragazzo: Antonio Tabucchi. Sono molti anni che non scrive libri significativi come i suoi primi, e sono proprio gli anni in cui la militanza civile ha preso il sopravvento.
La tesi secondo cui militanza civile e mediocrità letteraria vadano di pari passo viene qui enunciata. Poiché ho molto amato di Tabucchi, oltre ai primi libri anche uno degli ultimi, ovvero il tempo invecchia in fretta di due anni fa,sono andato su wikipedia e ho copiato la bibliografia del nostro riproducendola qui e mettendo in grassetto tutti i titoli scritti a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi tra l’ottobre del ’93 e il gennaio del ’94 coincisa, secondo il Piccolo con l’ “engagement politique” del nostro.
Opere
Piazza d’Italia (prima edizione, Bompiani, 1975 – Feltrinelli, 1993)
Il piccolo naviglio (Mondadori, 1978)
Il gioco del rovescio e altri racconti (prima edizione, Il Saggiatore, 1981 – Feltrinelli, 1988)
Donna di Porto Pim (Sellerio, 1983)
Notturno indiano (Sellerio, 1984)
Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli, 1985)
Il filo dell’orizzonte (Feltrinelli, 1986)
I volatili del Beato Angelico (Sellerio, 1987)
Pessoana mínima (Imprensa Nacional, Lisbona, 1987)
I dialoghi mancati (Feltrinelli, 1988)
Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli, 1990)
L’angelo nero (Feltrinelli, 1991)
Sogni di sogni (Sellerio, 1992)
Requiem (Feltrinelli, 1992)

Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Sellerio, 1994)
Sostiene Pereira. Una testimonianza (Feltrinelli, 1994)
Dove va il romanzo (Omicron, 1995)
Carlos Gumpert, Conversaciones con Antonio Tabucchi (Editorial Anagrama, Barcelona, 1995)
La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli, 1997)
Marconi, se ben mi ricordo (Edizioni Eri, 1997)
L’Automobile, la Nostalgie et l’Infini (Seuil, Parigi, 1998)
La gastrite di Platone (Sellerio, 1998)
Gli Zingari e il Rinascimento (Feltrinelli, 1999)
Ena poukamiso gemato likedes (Una camicia piena di macchie. Conversazioni di A.T. con Anteos Chrysostomidis, Agra, Atene, 1999)
Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere (Feltrinelli, 2001)
Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori (Feltrinelli, 2003)
Brescia piazza della Loggia 28 maggio 1974-2004 (D’Elia Gianni; Tabucchi Antonio; Zorio Gilberto, Associazione Ediz. L’Obliquo, 2004)
Tristano muore. Una vita (Feltrinelli, 2004)
Racconti (Feltrinelli, 2005)
L’oca al passo (Feltrinelli, 2006)
Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009)
Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli, 2010)
Racconti con figure (Sellerio, 2011)
A ben vedere e restando al paradigma introdoto dal Piccolo, ci rendiamo conto di come la militanza letteraria di Tabucchi abbia generato capolavori come “Sostiene Pereira” o come leggiamo in wikipedia, Si sta facendo sempre più tardi, un romanzo epistolare. Diciassette lettere che celebrano il trionfo della parola, che come «messaggi nella bottiglia», non hanno destinatario, sono missive che l’autore ha indirizzato «a un fermo posta sconosciuto». Per questo libro gli viene attribuito nel 2002 il premio France Culture 
Se restassimo dunque al paradigma del Piccolo, il che equivarrebbe a dire che il caffé di cicoria è molto più gustoso di un caffé servito dal professore, in Piazza Trieste e Trento, ci verrebbe da suggerire agli scrittori di mollare i corsi di scrittura creativa, annullare la propria iscrizione alla Holden o chi per essa e recarsi nel primo mercatino delle pulci a portata di mano per acquistare un Eskimo con cui lanciarsi nelle piazze  edittatoriali d’Italia. Ma così non è, quel paradigma è un insulto alla intelligenza e alla sensibilità di chiunque, converrete no? Allora, tanto meglio andare al mercato, quello sì, per esempio Porta Palazzo a Torino e scegliere le più bianche indivie che vi capitino a tiro perché l’ingrediente vale. Ah l’indivia, l’indivia.
Per una storia dell’Indivia.
La légende veut que ce légume fut « inventé » vers 1830 dans la vallée Josaphat à Schaerbeek. On l’attribue parfois à un paysan qui aurait voulu dissimuler sa récolte dans une cave obscure, durant la période troublée au cours de laquelle la Belgique a conquis son indépendance. Ce fut en tous cas le jardinier en chef du jardin botanique de Bruxelles, Franciscus Bresiers, qui en systématisa le forçage en cultivant la racine de chicorée l’hiver, à l’abri de la lumière et du gel. Des feuilles blanches se développent alors, qui justifient son nom flamand de witloof (feuille blanche). Ce légume d’hiver connut un succès rapide en Belgique sous le nom de chicon (mot dérivé de cichorium), succès qui contamina les pays voisins surtout après la Seconde Guerre mondiale.
Post scriptum di uno scrittore pre-postumo
A proposito di invidia e letteratura. Un amico mi raccontò un aneddoto. A Piedimonte Matese c’era un tipo denominato barone. Non per i natali nobili ma per la dedizione al vino rosso, autrement dit, barolo che non si faceva mai mancare. Così un giorno, attraversando la piazza si sentì da un tavolo:Barò ssì daltonico! Al che lui rispose: ssì bello tu! Ecco questo aneddoto mi serve a spiegare una cosetta che un po’ mi sta sui coglioni. Quando sollecitato da scrittori come Franco Arminio a pubblicare cose sue su nazione Indiana o addirittura a scrivere di esse, rispondo che secondo me quelle cose non valgono e che preferisco occuparmi di altri autori, mi si risponde che non lo faccio perché sono invidioso. Io non invidio nessuno né annovero tra le mie ambizioni quella di essere invidiato. Al contrario di Arminio e di altri vivo con grande gioia l’altrui successo quando è meritato e se posso spero di contribuire a quello con il poco che ho a disposizione, così come ho fatto con le mie riviste e in luoghi come NI. Ecco.

Direi che per molti versi Forlani coglie il punto: quella di Piccolo sembra quasi voler essere la proposta di un ritorno alle Torri d'avorio d'epoca fascista, quando più o meno gentilmente gli intellettuali erano invitati a tenersi in disparte e ad educarsi alla ricerca di un non meglio definito bello. Un bello trascendente forse, un bello figlio di un'estetica debole, di un pensiero debole.
Per carità, il secolo appena passato ci ha insegnato come non ci siano ideologie a cui ci si possa affidare ciecamente, che la realtà sia contorta ed indefinibile. Tutto vero. Ciò non toglie che, almeno nei momenti di estrema difficoltà, sia responsabilità degli intellettuali partecipare alla vita sociale attivamente con tutti gli strumenti di cui possono avvalersi, lavoro intellettuale compreso. In un momento di crisi, in un momento in cui la stessa democrazia sembra poter giungere al capolinea in tutto l'occidente, come la stessa La lettura attraverso alcuni dei suoi articoli migliori fa notare, in un momento simile è lecito chiedere agli intellettuali solamente "il bello"? Credo di no, credo che dalle ceneri del 900 debba nascere un nuovo umanesimo, un nuovo illuminismo, un nuovo secolo della ragione, in cui si debba avere il coraggio di non ritirarsi nell'estetica e di non lasciare che siano dei media spesso controllati dai poteri e volutamente volgari e squallidi a dirigere la strada della cultura.
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