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Specchi

Specchi
L'imbarazzo lo vinceva sempre in quelle occasioni, del resto l'osservarsi allo specchio in quei negozi non faceva altro che rimarcarne i (rari) pregi assieme ad (innumerevoli) difetti. La commessa che passava lo osservava abbozzando un sorriso compiaciuto, tentativo affettato di mostrare come quel capo all'ultima moda che stava provando gli si addicesse come il cacio sui maccheroni.
Tuttavia qualcosa non lo convinceva, qualcosa nella forma di quel capo, o forse nella sua, impediva che l'appagamento di quella posa di fronte all'immagine riflessa raggiungesse livelli tali da indurlo all'acquisto.
Alla fine, con un profondo sospiro di malcelata delusione, dismise la giacca che stava provando e con fare affranto la porse alla commessa, borbottante.
Uscì dal negozio guardando fisso per terra, evitando accuratamente le pozze d'acqua che, traverse, rimandavano flebili raggi solari appena scoperti dalle nubi diradate.
Le vetrine dei negozi si susseguivano, tutte uguali nel loro svelare opere di alto ingegno e dubbio gusto ai passanti distratti e agli automobilisti maldicenti, mentre semafori arrossati e cruscotti lindi di lavavetri di colore accorrevano a ritmi costanti alla sua macchina, in moto uniforme verso casa.
Allo svanire di un sottopassaggio lo rincorse il fischiare di un treno su rotaie ritrite dagli anni, le ruote borbottavano sui binari mentre le carrozze scrocchiavano dei passi di pendolari stanchi e, diciamolo, un tantino incazzati.
Le luci del grattacielo volteggiavano allegramente tra le vetrate scurite dall'usura ed un po' anche dalla scelta degli ingegneri, memori forse che quei lumi non sarebbero stati graditi ai poveri abitanti, già costretti ad infinite scale o ad ascensori troppo affollati per chi ricerca il silenzio delle cime tempestose.
Ed in tutto questo andirivieni di colori ed immagini, la suoneria del suo cellulare suonava torbida senza che egli ne avvertisse il ritmo cadenzato e vagamente ipnotico, vittima certo di qualche incantesimo delle atmosfere rarefatte della città disidratata dallo smog, o più semplicemente rincoglionito dagli affari suoi.
Fu così che si accorse della telefonata della dirigenza solamente dopo essere giunto a casa.
I cieli s'erano incupiti d'un umore cinereo mentre le chiavi giravano nella serratura ciondolanti dalle sue mani, al dischiudersi dell'ingresso della casa lo accolse un altro se stesso che ne ripeteva fedelmente i gesti nello spogliarsi del soprabito, di un ombrello arancio rancido e di una cartelletta contenente sogni, chissà. L'immagine sbiadita dagli anni si frammentava sull'occhio destro, dove un graffio decennale disegnava una profonda cicatrice che di certo conferiva al suo volto allungato un'immagine da duro. Qualche volta quella cicatrice se la sarebbe procurata davvero, magari con le donne avrebbe funzionato.
Di nuovo la suoneria del cellulare, finalmente si accorse che il mondo non solo lo osservava, ma, di tanto in tanto, lo cercava insistentemente.
Borbottava. Borbottava di continuo allo specchio. Borbottava di continuo allo specchio osservando le sue mani. Borbottava certo osservando le mani immobili. Le mani immobili che lo accarezzavano. Mani immobili che accarezzavano un volto spento. Carezzavano un volto spento, quasi ipnotizzato.
Borbottava carezzandosi, immobile. Quelle mani che lo accarezzavano amorevoli chissà da dove venivano. Quelle mani carezzevoli chi gliele aveva regalate, non lo ricordava. Quelle mani carezzevoli che amorevolmente osservava, gliele aveva donate qualcuno? Le dita di quelle mani amorevoli ciondolavano come pendoli ora. Con una mano cercava di afferrare quei ciondoli che pendevano dall'altra. Con una mano cercava di catturare quei ciondoli che pendevano dal suo corpo, perché? Il suo corpo ciondolava, carezzevole, al lume flebile del bagno. Le sue dita carezzevoli ciondolavano amorevoli sul suo volto al lume carezzevole del bagno, perché? Le sue mani gli sfuggivano come riflessi di un lume che amorosa visione carezzava lo specchio del bagno. Le sue mani sfuggivano al lume del bagno, attraverso lo specchio bagnato di luce. La luce lo fuggiva, ora, riflessa dal lume del bagno, si perdeva come promesse non mantenute. La luce prometteva forse di schiarire quei ciondoli alle sue mani, ma la sua era solo una promessa.
Le promesse quasi mai si mantenevano, almeno nella sua vita. Era come un gioco al ribasso in cui ciò che contava era il suono delle parole, non l'effetto che da esse scaturiva. Erano i suoni a contare, il loro permanere come ricordi rassicuranti su su per le meningi, come l'odore di un buon piatto che ci rimane fra le nari per ore; erano le promesse più importanti quelle che non si realizzavano mai, la promessa di rivedersi con le persone che tanto l'avevano segnato da dover evitarle per non guastarne il sapore.
Mentre rifletteva sulle promesse non mantenute, tornava frettolosamente per le vie appena percorse verso un giudice inatteso. Dal lavoro la convocazione improvvisa non lasciava presagire nulla di buono.
C'era una riunione, urgente, convocata subitaneamente a causa di pratiche sparite, gli era stato detto, o forse mai compilate, non aveva ben capito quella voce ridondante che gracchiava dall'altoparlante. Corse giù per le scale dimenticando il soprabito ed il cappello, snocciolando le chiavi fra le dita rianimate. La corsa lo lasciò seduto sul sedile dell'auto ansimante, lui, non l'auto, sicura del suo fiato emesso in un rombo di tuono. Non faceva neanche più caso ai paesaggi che attraversava, tanta la prescia che lo spingeva, il terrore dipinto su di un volto stanco e trasognato.
La forma è come la sostanza, non possiamo permetterci che qualcosa sia fuori posto, non potete permettervi di non compilare tutti i moduli che quotidianamente vi somministriamo con dovizia di particolari e con furibonda celerità. Siete persone pagate per produrre, e seppur retribuite con il vil denaro, nulla toglie che il vostro impegno debba essere totale. Dove sono le vostre firme di presa visione della documentazione che a profusione vi trovate accatastata sulle vostre scrivanie ben lucidate dai fogli, dove sono le vostre iniziali, i vostri progetti, i vostri rendiconti.
Se non l'avete capito, di cosa fate quando sedete su queste sedie, ce ne frega poco, ma ciò che ci importa è il come descriviate le vostre immagini su queste sedie, quanto bene sia rappresentata la vostra persona nel riflesso che si scorge fuori dalla sala. Ciò che ci importa è l'ombra che si irradia dalla vostra figura attraverso le faville, di voi poco ce ne cale. E lei, dico a lei, perché è qui senza il soprabito e il cappello? Vuole forse intaccare la nostra immagine, la nostra nomea? Corra a casa, si dia un contegno, tinga il suo viso d'un sorriso e torni qui, che di uomini come lei non sappiamo cosa farcene.
Aperta la porta di casa, con un sussulto d'orgoglio, cinse il braccio con il soprabito. Diretto, deciso, un pugno infranse quell'immagine, quell'uomo che era lui e non era lui, quell'uomo dalla cicatrice che tanto sarebbe piaciuta alla donna che non voleva rivedere proprio perché le voleva troppo bene.
Si sentì subito più libero, mentre, imboccando l'ascensore, ancora dischiusa la casa, andava già in cerca di una nuova vita.
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