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Il liuto, ovvero un racconto fantastico scritto per i miei alunni










Il liuto

La nebbia della città avvolgeva quel piccolo negozio rinchiudendolo in uno scrigno grigio, cupo e misterioso. Scesa dalla mattina, quella cappa, al contrario dei giorni precedenti, non accennava a sollevarsi, stordendo la città con la sua aria immota ed umida. Dall'interno un bagliore tenue, sembrava quello di una candela flebile accesa in una casa del seicento, e il calpestio sommesso degli abitanti.
Aveva sentito parlare del negozio appena giunto in città, Giovanni, quando, un po' per divertimento e un po' per la necessità di ambientarsi nel suo nuovo mondo, s'era affrettato a chiedere ai colleghi quali fossero le tradizioni ed i luoghi tipici del luogo.
A dire la verità quasi tutti i colleghi gli avevano consigliato di visitare le classiche mete turistiche, chiese, musei, teatri, gallerie d'arte, ponti sui fiumi; solo l'anziano usciere del palazzo, un uomo a dire la verità incredibilmente attivo per la sua età, circa ottant'anni, portati con la gaiezza e l'operosità di un ventenne, gli aveva accennato qualcosa sulla bottega di un famoso ed eccentrico liutaio in una piccola traversina nelle vicinanze del corso centrale. Lo aveva fatto quasi per sbaglio, senza voler dare ulteriori informazioni, come se la cosa gli fosse sfuggita e subito dopo avesse avuto voglia che la cosa non fosse mai accaduta.
Ma Giovanni ci fece poco caso, appuntò tutto sulla sua agenda distratto da una sola questione, come faceva quell'uomo ben più anziano di lui a lavorare con tanto entusiasmo, ben superiore al suo, senza avvertire la necessita di un legittimo riposo?
La bottega profumava d'incenso; l'odore, intenso e suadente, avvolgeva la mente di Giovanni trasportandolo gentilmente tra le note degli strumenti che venivano accordati o realizzati dalle mani giovani dei che facevano praticantato in quello studio, per la verità molto piccolo. Nella saletta, riempita di tutto punto di strumenti a corda, un ragazzo di colore, un indiano ed un giapponese strimpellavano chitarre, brandivano violini e contrabbassi. Vestivano camici bianchi da medici, maneggiavano plettri con un'attenzione quasi sacrale, una cura certosina e maniacale che li portava a riporre gli strumenti all'interno di teche imbottite per proteggerli da ogni agente atmosferico o semplicemente dall'imperizia di chi, per disattenzione o dilettantismo, non si avvedesse di danneggiare quelle opere d'arte in legno musicale.
Giovanni s'accostò ad un grande bancone in mogano, estasiato, osservando oltre una vetrata, dove in una delle teche si alternavano strumenti di svariate fogge, alcune a lui familiari, musicista dilettante all'epoca della sua giovinezza, altre francamente inusitate. Alcune fra quelle opere si stagliavano come macigni, alti come uomini, mentre altre erano minuscole, talmente piccole da potersi tenere nel palmo di una mano. Alcune risplendevano della luce del legno giovane, appena intagliato, altre invece dimostravano l'esperienza secolare delle mani di numerosi musicisti che le avevano imbracciate e piegate alle loro ispirazioni.
- Le piace qualcuno fra questi strumenti?
Una vocetta squillante ne distolse l'attenzione, proveniente da sotto il bancone. Guardando meglio Giovanni si accorse che la voce non veniva da sotto il tavolo di mogano, ma che un ometto incredibilmente basso lo guardava sorridente oltre il legno, accennando con gli occhi agli strumenti dietro di lui:
- Allora, lei sarà uno di quegli appassionati di musica che giungono da ogni due in questa piccola bottega in cerca di informazioni, o un banale turista che è entrato per caso dal mio portone perdendosi fra i vicoli del centro? Vediamo vediamo.

L'omino buffo, nascosto dietro il banco ed un paio di baffoni bianchi bianchi ghignava di gusto mentre si poneva quelle domande retoriche; iniziò a squadrarlo per bene, mentre con le dita tracciava su un foglio comparso dal nulla un disegno sempre più definito:
- Vediamo, altezza media, niente di più di una vita normale che si finge le paure; il volto ben levigato, non ha nulla da nascondere lei; un vestitino sobrio, non di un sarto di fama ma neanche trasandato, non cerca la celebrità ma non vive per la banalità; si poggia sul tavolo con tocco delicato, osserva senza indicare, con il solo luccicare degli occhi, lei ama la musica senza pensarsi un artista, ne conosce i segreti suo malgrado e per questo nutre un profondo rispetto per questi legni e per questa sala. Mi piace lei, mi segua!
Saltellò gaiamente, l'omino, sparendo da dietro il bancone e comparendo improvvisamente davanti a Giovanni. Ora che lo vedeva bene, Giovanni si accorgeva che realmente quell'uomo era basso, un nano di sicuro, oltre ai baffoni bianchi aveva delle mani enormi e un camice tinto di un verde intenso. Sulla testa pochi capelli bianchi, delle tempie corrugate da lineamenti che sembravano anziani quanto alcuni violini riposti dentro custodie argentate, appese lungo la sala.
Corse tanto veloce che parve volare mentre i suoi assistenti non alzarono neanche gli occhi dai loro strumenti, tutti intenti ai loro lavori. Guidandolo con un fischio, l'omino lo condusse in un'altra sala.
- Le piace qui? È tutto mio, questa bottega è tutta mia. L'ho costruita negli anni, sa, mica è sempre stata così. Anche questa bottega, come questi strumenti, un tempo è stata giovane, un virgulto. Oggi quest'arte, quella dell'addomesticare legno e corde per farne nascere note infiorate, muore, di una morte nascosta: si chiama industrializzazione, sa; ma i nostri strumenti sono altra cosa rispetto a quelli che lei trova fra le bacheche dei comuni negozi. I nostri strumenti sono opere d'arte, e come ogni opera d'arte, sono magici.
L'omino nel frattempo camminava, aveva un passo rapido, le sue gambette corte trottavano come quelle di un piccolo animale al galoppo, i suoi baffoni parevano talvolta scodinzolare sul suo viso, in preda alla gioia nel disquisire della magia di quell'arte antica quanto il mondo, l'arte di far nascere la musica dagli oggetti.
Camminando erano giunti in una sala del retrobottega, buia, in cui l'aria stantia pervadeva i polmoni fino ad invischiarli; tuttavia non era una sensazione spiacevole, c'era un tepore soffice che accarezzava la pelle, quasi coccolandola. In sottofondo, sembrava che degli archi suonassero una nota perpetua. Guardandosi intorno Giovanni riuscì a vedere poco per via della scarsa luce: notava appesi degli archetti per violini con le corde sfilacciate, degli strumenti di cui non riconosceva le fogge accatastati alla ben e meglio; tutto sapeva di casuale, di lavoro non finito, di qualcosa che ancora doveva accadere.
- Le faccio vedere una cosa che in pochi hanno avuto l'onore di vedere, venga venga
Il piccolo uomo lo prese per mano, un po' per condurlo un po' per poggiarsi, e con la reverenza di un sacerdote di fronte ad una reliquia recuperò da un piccolo scrigno nascosto fra le cataste di legna uno strumento, incredibilmente antico di certo. Le corde parvero tintinnare appena il padrone della bottega aprì lo scrigno, emettendo un fischio sordo, come di gioia:
- Vieni vieni, lo so che sei felice di vedere un po' di luce. Vede? – l'uomo sorridendo sotto i baffoni si girava ora verso Giovanni – le presento il motivo per cui faccio questo mestiere, lo strumento che tanti musicisti hanno desiderato.
Osservando pur nella luce fioca Giovanni riconobbe la foggia piriforme di uno strumento ormai in disuso, un liuto.
- Questo liuto ha attraversato gli anni, è passato di mano in mano fra i più prodigiosi strumentisti della storia. Questo strumento è stato anche causa di guerre, sa? C'è chi dice che abbia poteri incredibili, ma che essi si svelino solamente a pochi eletti. Io non ci credo, sa? Sono dicerie, immagino, eppure da qualche parte nel Cinquecento ci fu anche chi uccise per averlo, chi praticò la magia per tentare di impadronirsene. Ma queste sono fole, suvvia. Che ne pensa? Aspetti che faccio sentire qualcosa.
Chissà da dove il nano prese un plettro ed iniziò a suonare: parve che tutto si zittisse per ascoltare quella melodia, parve che il resto degli strumenti fibrillassero per accordarsi a quelle note; forse non era magico quello strumento, ma di certo era speciale.
Quando l'uomo finì di suonare tutto sembro pacificarsi, tornare alla normalità; con fare distinto ripose lo strumento nel suo scrigno, e questa volta stancamente il padrone della bottega condusse Giovanni fuori dalla stanza. Sembrava senza fiato. Giunti alla presenza degli assistenti, ancora intenti ai loro mestieri, l'omino si accomiatò dal nostro protagonista con poche parole: si vedeva che le forze l'avevano improvvisamente abbandonato. Giovanni tuttavia nell'uscire dal negozietto non si trattenne dal chiedere come si chiamasse:
- Ha ragione, non mi sono presentato. Mi chiamo Orfeo Apollonio. Mi torni a trovare quando vuole, sarò lieto di farle sentire qualcos'altro.
Nel tentare di tornare a casa sua tuttavia Giovanni non sapeva togliersi dalla mente quei suoni, quella musica, quell'impressione magica che aveva suscitato in lui quel liuto. Mentre la nebbia lo abbracciava fredda ed informe tappando le sue narici con l'umidità assuefatta dallo smog, il nostro protagonista era sempre più vittima di un desiderio furioso, una furia tanto repentina quanto viscerale di possesso. Provava forse quello che avevano provato nel corso dei secoli tutti gli uomini che avevano bramato il possesso di quello strumento? Forse.
Non riusciva neanche a trovare la via di casa tanto era immerso nei suoi pensieri. Si trovò a vagare senza meta nei dintorni, dimentico di dove stesse tentando di andare, e intanto le note continuavano a rimbombargli fra le orecchie, su su fino alle tempie. Non sentiva altro, non vedeva altro che il liuto.
Giunse ad una conclusione: malgrado l'ora che s'era fatta, doveva tornare in quel negozio, doveva pregare il signor Apollonio di suonare ancora per lui o, addirittura, ma glielo avrebbe permesso? di poter lui brandire quel meraviglioso strumento.
Giunto senza neanche accorgersi come presso la porta della piccola bottega, Giovanni fu quasi colto da un malore: la luce era spenta, il negozio era chiuso. Non avrebbe resistito un'intera notte senza ascoltare ancora quel liuto: si affacciò alla vetrata, tentando di scorgere se magari qualcuno si trovasse ancora nello studio o nel retrobottega, ma niente. Tutto taceva, e anche quei legni musicali che tanto l'avevano attratto poche ore prima ora sembravano dormire.
Fece il giro dell'isolato, cercò qualcuno, chiamò il signor Apollonio: non ottenne nulla se non gli strepiti di qualche vicino che reclamava un giusto sonno. Stava infine per andare via, sconfitto dagli eventi, quando gli parve di scorgere un qualcosa che brillasse dietro la vetrata. Si accostò nuovamente e sì, qualcosa brillava davvero. Tutto ora appariva vibratile, si scuoteva di dosso il torpore; persino la nebbia sembrava diradarsi, mentre la maniglia della porta, con uno schiocco, si aprì.
Giovanni entrò titubante, perplesso: cosa stava accadendo?
Sembrava di trovarsi nel bel mezzo dei preparativi di un concerto. Gli strumenti avevano preso vita, tutti in ordine erano schierati come un'orchestra di corde ed archi. Tutti si accordavano tra di loro in un gran rimbombo, in attesa del maestro.
Ed ecco, dal retrobottega giunse Orfeo Apollonio con il suo liuto, brillante di luce propria, tutto un fremito. Gli altri strumenti si zittirono, attendendo l'attacco del liuto, attendendo la nota che avrebbe dato vita a quel mirabile concerto.
Quando il liuto cominciò a suonare, chitarre, violini, viole, violoncelli e contrabbassi, tutti gli strumenti presenti ne seguirono la melodia in perfetto accordo, dando vita ad una sinfonia di note prodigiosa.
La terra tremava a quei suoni, l'aria ora si fermava ora respirava di odori intensi, ora soffiava di venti e brezze, mentre dalle corde del liuto, così come dai baffi di Apollonio, una luce porporina si spandeva per la sala. Volarono spartiti per aria mentre la musica giungeva al suo apogeo. Ad un certo punto anche Giovanni si senti sollevare, cosparso da quell'odore incenso che ora ripiombava nella sala, mentre foglie d'alloro si depositavano sopra il bancone.
Fu allora che Apollonio si accorse di Giovanni, o forse già sapeva che il nostro protagonista si trovava nella sala: sorrise sornione sotto i baffi, mentre con rapidi gesti sulla tastiera del suo liuto portava a compimento la sua melodia.
Non appena dette la sua ultima nota, tutto tacque, e Giovanni piombò a terra. Svenendo.
La mattina si svegliò nel suo letto, come se niente fosse accaduto. Eppure tutto era ben chiaro nella sua mente. Si vestì in fretta, tentò di percorrere le vie che aveva attraversato a caso la sera prima, ma niente, non riusciva più a trovare la bottega. Poi infine riconobbe una traversa che già aveva conosciuto, malgrado la nebbia del giorno precedente, e si trovò improvvisamente lì dove la notte appena trascorsa tutto era accaduto: ma della bottega neanche l'ombra.
Provò a chiedere in giro, ad informarsi nei bar e nelle botteghe vicine. Niente, nessuno conosceva un qualsiasi signor Apollonio o Orfeo o come diamine si chiamasse. Era come se tutto fosse stato solamente un suo dettagliatissimo sogno, un delirio forse.
Quando tornò a lavoro scoprì che anche l'anziano usciere era sparito, in pensione, si diceva. Era partito per qualche terra lontana da dove, si diceva, era venuta la sua famiglia in città, portando con sé chissà quali tradizioni esotiche.
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