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Rubare alla vita almeno un racconto

Sono giorni di magra qui in Italia; la disoccupazione giovanile è a livelli mai visti nel dopoguerra, e, cosa peggiore, nel trovare occupazione conta sempre di meno la propria qualifica, il poter mettere in campo delle competenze. In pratica in Italia essere laureato serve a poco e niente, a meno che non si accettino compromessi inaccettabili altrove, come lavorare per anni senza una retribuzione. Se no, il destino comune di molti laureati (si parla, per dare delle cifre, del 70% dei laureati in materie umanistiche) è quello di trovare un lavoro sottoqualificato. Ciò che non viene messo in conto è che, se questi lavori vengono presi dai laureati, a farne le spese sono i giovani e non che, non possedendo qualifiche, vedono assottigliarsi ulteriormente la possibilità di entrare nel mercato del lavoro.
Ma c'è da chiedersi perché questo paese ha tanta paura della cultura, delle competenze, ed a maggior ragione della cultura umanistica. Perché l'Italia, la patria della filologia, la culla con la Grecia del pensiero e della cultura occidentale, oggi teme così tanto la cultura?
Forse perché da molte parti si cerca di annebbiare il ricordo di queste radici, per immaginarne di nuove. Forse perché in questo momento il senso critico, la capacità di riflettere, la capacità di giudicare ciò che chi tira le fila del potere compie, sono doti che danno fastidio per usare un eufemismo.
E allora perché colpire anche le scienze esatte?
Forse perché ormai un blocco di potere avverte, in toto, il sistema culturale italiano come un nemico da abbattere perché focolaio di opposizione. Non si spiega altrimenti il sistematico attacco alle istituzioni culturali, vittime di tagli assassini (e poi perché quando in Italia si parla di ammodernamento della pubblica amministrazione si deve sempre parlare di tagli e mai di riorganizzazione oculata, perché ci si deve gloriare di avere lasciato a casa duecentomila dipendenti della pubblica amministrazione, lasciata allo sfascio, invece che gloriarsi di avere riorganizzato meglio il lavoro, rendendolo più produttivo, tagliando gli sprechi invece che i costi?); non si spiegano altrimenti gli atti di censura, l'attacco sistematico ad intellettuali, docenti, giornalisti, musicisti, artisti, tutti tacciati di "lavorare contro il paese".
Ci fu un tempo in cui si disse agli intellettuali che, se avessero voluto fare il loro mestiere, avrebbero dovuto essere sempre d'accordo con chi li comandava, o, in alternativa, ritirarsi nella più pura delle ricerche, senza collegamento alcuno con la realtà. Era l'utopia di una dittatura, perché la ricerca, pur nel principio della scienza per la scienza, ha sempre dei risvolti umani, ha sempre dei legami con la realtà.
Ecco perché oggi si nega anche il diritto alla ricerca. Ecco perché si sostiene che anche la ricerca, così come lo studio inferiore, l'attività intellettuale tutta, deve essere soggetta alle leggi del mercato. E così si convince il popolo dell'inutilità di alcuni studi, avulsi dalle leggi del marketing, il signore, insieme agli interessi dei singoli potenti, di questo primo ventennio del ventunesimo secolo.
Ma lasciate a noi giovani (o fra poco ex giovani) la possibilità, il diritto, il sogno, di rubare alla vita almeno un racconto. Ciascuno a suo modo, con l'arte, con la ricerca, con l'impegno costante nello sviluppare le nostre competenze per poterle donare nel nostro lavoro, nella nostra vita sociale. La generazione che ci ha preceduto ci sta rubando i sogni, i diritti, la capacità e la possibilità di immaginare e costruire un mondo più giusto e migliore. Sono solo ideali, forse, solo utopie. Ma il non poter sperare di raggiungere un sogno, il dover lasciare tutto al caso, alla fatalità, alla volontà altrui, ammazza l'uomo, lo isterilisce. Lo rende infine un uomo peggiore, in ultima analisi, lo rende schiavo.
Non possiamo e non dobbiamo essere schiavi della volontà altrui, il nostro tempo deve essere il nostro presente. Dobbiamo, vogliamo e possiamo costruire da soli il nostro racconto, ciascuno secondo le sue capacità. Dobbiamo e possiamo rubare alla vita il nostro racconto, tramandare un ricordo delle nostre utopie, lasciare il marchio delle nostre scelte, siano giuste o sbagliate sarà il tribunale della storia a deciderlo, ma almeno avremo scelto secondo la nostra coscienza, il nostro intelletto, e avremo salvato la nostra anima nutrendola del nostro presente e del nostro futuro.
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